Argentina Nord

TRA ALTIPIANI E PIANURE SCONFINATE ALLA SCOPERTA DELLA MADRE TIERRA LA PACHAMAMA

 

Iniziai a viaggiare fin da piccolo, grazie ai miei genitori. Erano trascorsi tanti anni dall’ultima vacanza fatta assieme e proprio con un viaggio desideravo ringraziarli per avermi trasmesso la passione del vagabondare. Questo diario è dedicato a loro!

 

INTRODUZIONE:

La genesi del nostro viaggio, risale ad un pranzo in famiglia durante le festività natalizie del 2004, durante il quale Riccardo ed Elisabetta buttarono sul tavolo la proposta di completare la visita dell’Argentina, dopo la positiva esperienza dell’anno prima. Ad una condizione però: che vi partecipassero anche Rosa e Dino, i miei genitori. Passarono solo poche settimane di riflessione, al termine delle quali mio padre mi diede il via libera per organizzare il viaggio.

 

LETTURE:

Niente Asilo Politico, Enrico Calamai

 

MUSICA:

Mercedes Sosa

Víctor Heredia

Update:

Mercedes Sosa, detta affettuosamente “La Negra”, ci ha lasciati il 4 Ottobre del 2009. Amata e venerata in tutta l’America Latina, è stata per decenni la voce e l’orgoglio delle popolazioni più deboli del continente, battendosi per il rispetto dei diritti umani, della libertà e della solidarietà. Noi la vogliamo ricordare con uno dei suoi pezzi immortali: Sólo le pido a Dios.

 

FILM

El hijo de la novia, di Juan Josè Campanella, con Ricardo Darín, Norma Aleandro e Héctor Alterio.

I diari della motocicletta, di Walter Salles, con Gael García Bernal e Rodrigo De la Serna.

 

PROGETTAZIONE DEL VIAGGIO:

L’itinerario è stato pianificato sulla base di informazioni raccolte in internet. Ci sono stati di aiuto alcuni siti istituzionali come la Segreteria Nazionale del Turismo, gli Enti Turistici delle Province di Salta e Jujuy, le municipalità di Buenos Aires e Rosario ed alcuni portali come Turisti per Caso e Lonely Planet EDT, dai quali abbiamo attinto importanti informazioni seguendo i forum e leggendo i racconti di viaggio. Con alcuni viaggiatori inoltre siamo stati in contatto via e-mail per specifiche richieste.

I punti fermi del nostro viaggio sono stati l’arrivo a Buenos Aires e la visita di Rosario, città nella quale mio nonno Angelo ha vissuto tra il 1924 ed il 1930. Il programma è stato dapprima strutturato a blocchi di giornate per aree geografiche (Buenos Aires, Rosario de Santa Fe, nord–ovest Andino e Misiones) e successivamente a singole giornate all’interno di ogni blocco.

Stanziato il budget a nostra disposizione, fissate le date, acquistati già durante l’estate i biglietti dei voli intercontinentali, non ci restava che prenotare i voli interni, i trasferimenti in corriera, le escursioni e trovare gli alloggi più adatti alle nostre esigenze. Avendo avuto un buon riscontro dall’agenzia di viaggi di Buenos Aires nella precedente esperienza del 2004, abbiamo deciso di rivolgerci ancora a loro per l’acquisto di alcuni servizi.

 

GUIDA:

Lonely Planet – Argentina

 

PERIODO:

Da domenica 18 dicembre 2005 a lunedì 2 gennaio 2006

 

PARTECIPANTI:

Riccardo, Elisabetta, Stefano, Rosa (mia mamma) e Dino (mio padre)

 

VOLI:

Venezia – Milano Malpensa (operato da Alitalia, 1 ora di volo)

Milano Malpensa – Buenos Aires Ezeiza (operato da Alitalia, 13 ore e 50 minuti di volo)

Buenos Aires J. Newberry – Salta a/r (operato da Aerolineas Argentinas, 2 ore di volo)

Buenos Aires J. Newberry – Puerto Iguazú (operato da Austral, 1 ora e 45 minuti di volo)

 

MEZZI DI TRASPORTO:

Per immergerci meglio nella vita quotidiana della gente del posto, abbiamo deciso di recarci dapprima in pellegrinaggio a Luján e successivamente a Rosario usando le corriere di linea. Nelle tratte a media gittata (per es. Buenos Aires – Rosario), viene servito uno spuntino a bordo all’ora di pranzo (compreso nel prezzo del biglietto).

 

ITINERARIO:

Dicembre:

18 Volo Venezia – Milano Malpensa e Milano Malpensa – Buenos Aires

19 Buenos Aires

20 Buenos Aires

21 Buenos Aires

22 Buenos Aires, escursione a Luján

23 Buenos Aires, escursione a Capilla del Señor

24 Trasferimento in bus da Buenos Aires a Rosario (4 ore)

25 Rosario

26 Trasferimento in bus da Rosario a Buenos Aires (4 ore) ed in aereo da Buenos Aires a Salta (2 ore)

27 Salta, escursione alla Quebrada de Cafayate

28 Salta, escursione alla Quebrada de Humahuaca

29 Salta

30 Trasferimento in aereo da Salta a Buenos Aires (2 ore) e da Buenos Aires a Puerto  Iguazú (1 ora e 45 minuti di volo)

31 Puerto Iguazú, escursione alle Missioni di San Ignacio de Minì

 

Gennaio:

01 Puerto Iguazú, visita alle cascate dal lato argentino.

02 Puerto Iguazú, visita alle cascate dal lato brasiliano.

 

FUSO ORARIO:

Rispetto all’Italia: - 4

foto: cactus Cardón (Tilcara, Argentina)

 

DIARIO DI VIAGGIO:

Questo diario contiene le storie e le curiosità della prima parte del nostro viaggio, quello in terra argentina. Siccome la giornata di lunedì 2 Gennaio l’abbiamo trascorsa quasi completamente in territorio brasiliano, pur alloggiando in Argentina, abbiamo deciso di inserirla pari pari in entrambi i racconti.

Come già fatto nei viaggi precedenti, cercherò di trascrivere in questi appunti le emozioni e le sensazioni da noi provate e vissute.

tratto dalla mia moleskine…. 

 

Domenica, 18 Dicembre: Trasferimento aereo Venezia – Milano, giornata a Nova Milanese e volo per Buenos Aires

Sono da poco passate le ore 8.30 quando il velivolo dell’Alitalia atterra sulla pista di Milano Malpensa. Da circa un mese l’Italia settentrionale è racchiusa in una morsa di freddo e gelo, ed i primi raggi del sole non riescono ancora ad intiepidire la giornata.

Il volo per Buenos Aires partirà alle ore 21.40 e quindi abbiamo tutta la giornata libera a disposizione. La trascorriamo a Nova Milanese, in provincia di Milano, in compagnia dei nostri cugini Adriana e Giorgio e le loro famiglie. Siamo molto legati a loro, ci vediamo tre-quattro volte all’anno solitamente a Galleriano, il paese in cui abitiamo. Dato che manca solo una settimana al Natale, cogliamo al volo l’occasione e lo festeggiamo tutti assieme in anticipo sul calendario.

A metà pomeriggio, poco prima di raccogliere giacconi, sciarpe e guanti di lana, Riccardo evidenzia i primi sintomi di una infezione all’apparato digerente. Arriviamo in aeroporto poco dopo le 19.00, passiamo velocemente il controllo passaporti e ci sistemiamo nella sala imbarchi del Terminal 1. Dino entra in una edicola e dopo alcuni minuti esce con una copia de La Settimana Enigmistica, insostituibile compagnia durante i tempi “morti” del viaggio. Puntuale sulla tabella di marcia, il Boeing 777/200 della nostra compagnia di bandiera lascia lo scalo milanese. Poco dopo il decollo e prima che ci servano la cena, le hostess ci dotano di auricolari, copri calzini e coperte. Ci aspettano 14 interminabili ore di volo al termine delle quali saremo in America Latina. Riccardo poverino è messo proprio male, ha la febbre e davanti a noi si prospetta una notte tutt’altro che serena. E così sarà!

 

Lunedì, 19 Dicembre: Buenos Aires

Un caffé caldo, una buona colazione e la compilazione dei moduli di ingresso ci tengono compagnia durante le ultime due ore di volo. Prima dell’avvicinamento finale l’aereo compie una virata ad ampio raggio, la quale ci permette di stimare a livello visivo la vastità della metropoli sudamericana. Quando un velivolo tocca terra, al suo interno si respira un’aria di frenesia e concitazione. Succede sempre così. Alcuni passeggeri slacciano le cinture di sicurezza prima che venga spento il segnale luminoso, altri si alzano in piedi quando il velivolo è ancora in movimento. In questo contesto di confusione totale, mia mamma seduta in un angolino pensa a quanta strada fece suo padre per venire fin quaggiù……e si commuove (noi non ce ne siamo accorti, ce lo rivelerà lei più tardi). Ci avviamo lentamente al controllo passaporti zigzagando nel percorso delimitato da nastro e paletti. Dall’incessante squillo di suonerie intuiamo che i passeggeri stanno accendendo i cellulari. In mezzo alla folla sento un uomo che risponde a voce alta ad una chiamata: lo fa in friulano, la nostra lingua: “No soi a Mortean, a soi a Buenos Aires”. Che tradotto significa: “Non sono a Mortegliano, sono a Buenos Aires”. Mortegliano è un paese del Medio Friuli, famoso per il suo campanile alto 113,20 metri e situato a sette chilometri da casa nostra. Mi avvicino lentamente a lui e quando termina la conversazione gli chiedo da dove viene. Scambiamo così quattro chiacchiere: “Sono di Pozzuolo del Friuli mi dice, mia moglie è argentina, siamo venuti qui per il Natale e per visitare la Terra del Fuoco con le nostre figlie”. Quando gli dico che siamo di Galleriano, lui con il sorriso sulle labbra mi fa: “Guarda che coincidenza, ero proprio al telefono con Roberto, il tuo compaesano”.

“È proprio piccolo il mondo!” esclamo e stringendoci la mano ci salutiamo. La vacanza ha inizio.

Sbrigate le pratiche doganali e recuperati i bagagli, nella sala arrivi incontriamo Vírginia, l’impiegata dell’agenzia che ha il compito di accompagnarci in hotel. Lasciato sulla sinistra il centro federale dell’Asociación de Futbol Argentina di Ezeiza, dove si raduna la nazionale albiceleste, ci dirigiamo verso il centro città. È Lunedì mattina, la metropoli dopo il week end si sta lentamente mettendo in moto, sulle arterie il traffico è caotico. I festeggiamenti dei sostenitori del Boca Juniors per la conquista della Copa Sudamericana, contro i messicani dell’UNAM Pumas di Città del Messico, sono durati fino all’alba. Quando ci immettiamo sull’immensa Avenida 9 de Julio proviamo lo stesso stupore di due anni fa: le aiuole sono sempre ben curate, i palos borrachos anche, il Teatro Colón prima ed il Consolato Italiano poi ci annunciano che ormai ci siamo.

Ci guardiamo in giro. Il salone di parrucchiera in Avenida Santa Fe, il negozio di antiquariato in Avenida Libertad, gli eleganti palazzi di Recoleta, i venditori ambulanti di acqua calda per preparare il mate: siamo proprio tornati nella Buenos Aires che conosciamo ed amiamo. Nella hall dell’hotel, proprio di fronte al bancone della reception, un albero di Natale addobbato e luccicante ci ricorda l’arrivo imminente delle festività.

Riccardo sta ancora male, Elisabetta e Rosa sono provate dal lungo viaggio e dalla notte in bianco, così appena ottenuta la disponibilità della camera decidono di regalarsi alcune ore di meritato riposo. Io e Dino invece decidiamo di riprendere confidenza con la città, ci rechiamo dapprima negli uffici dell’agenzia in Lavalle per ritirare il materiale e poi in Florida per gli acquisti di prima necessità. Le vie pedonali del Microcentro sono un susseguirsi di attività commerciali, diverse espongono merce per turisti come cartoline, piccoli oggetti artigianali e magliette delle più importanti squadre di calcio argentine. La temperatura intanto ha superato i 20 °C, in cielo splende il sole ed i raggi si rifrangono sulle facciate bianche delle costruzioni. Caratteristici sono gli ascensori in alcuni palazzi: le porte infatti sono ancora in griglia metallica con chiusura a soffietto, in barba alle attuali norme di sicurezza previste per esempio in Italia.

In fase di progettazione del viaggio, per acclimatarci con calma, avevamo pensato di soggiornare qui a Buenos Aires per cinque giorni. A prima vista possono sembrare troppi, però la scelta si è rilevata fin da subito azzeccata in quanto avremo a disposizione il tempo necessario per assicurare a Riccardo le cure di cui avrà bisogno.

 

Martedì, 20 Dicembre: Buenos Aires

Una brezza fredda proveniente dal Río de la Plata ed un cielo grigiastro ci accolgono appena mettiamo piede fuori dall’hotel. Volgiamo lo sguardo all’insù sperando di cogliere buoni presagi. Il programma della giornata infatti prevede in mattinata la visita guidata alle attrazioni più importanti del centro. Il perdurare del malessere di Riccardo non ci fa stare tranquilli così decidiamo di dividerci in due gruppi: Elisabetta, Rosa e Dino andranno con Vírginia a visitare la città, mentre io e Riccardo andremo in una clinica per un consulto medico.

Il City Tour offerto dalle agenzie spazia solitamente dai bellissimi parchi del quartiere di Palermo fino alla chiesa de Nuestra Señora del Pilar a Recoleta, dal quartiere di origine genovese della Boca alle stradine in acciottolato di San Telmo, dai fazzoletti bianchi delle Madri stilizzati sulle piastrelle rosse di Plaza de Mayo al Caffè Tortoni, dal Teatro Colón al Congresso.

Veniamo a me e Riccardo. L’impiegato dell’hotel mi consiglia di provare nel vicino Centro de Educación Médica e Investigaciones Clínicas CEMIC, situato in Avenida Talcahuano. In meno di cinque minuti a piedi arriviamo al Centro, chiediamo informazioni allo sportello accettazione, ci dicono che loro purtroppo non hanno un ambulatorio pediatrico e ci indirizzano al Hospital Universitario del Centro CEMIC situato in Avenida Las Heras 2900. In dieci minuti di taxi siamo là. Riccardo viene sottoposto ad un’accurata visita dalla dottoressa Karina Fabiana Dagatti, il quadro clinico che ne esce non desta particolari preoccupazioni e quindi non gli vengono prescritti farmaci. Deve solo pazientare ed attendere la naturale evoluzione del virus che ha contratto. Siamo rimasti molto soddisfatti dal trattamento ricevuto e soprattutto ci siamo messi il cuore in pace.

A metà pomeriggio io, Rosa e Dino andiamo a visitare il Museo Nacional de la Inmigración, situato in Avenida Antártida Argentina 1355. Sono molto felice di essere ritornato in questo luogo, soprattutto adesso che con me c’è mia mamma. Entrando qui si ritorna indietro nel tempo, socchiudiamo gli occhi e vediamo scorrere davanti a noi una pellicola in bianco e nero, nella quale si intravede un via vai di persone: donne con le gonne lunghe ed i capelli raccolti, bambini sorridenti con i capelli tagliati quasi a zero, uomini in giacca nera e camicia bianca con baffi e cappello. Rispetto a due anni fa sono state apportate delle modifiche alle sale espositive del museo ed adesso la sistemazione mi sembra più armonica. Entrando nel salone situato al piano terra, sulla sinistra hanno collocato dei tavoli e delle panche originali che al tempo venivano utilizzati nel refettorio, al centro c’è la postazione telematica per consultare i dati storici, mentre sulla destra sono esposti dei pannelli informativi che illustrano la storia dell’Hotel de Los Inmigrantes ed alcuni strumenti medici. Ci dirigiamo alla postazione internet gestita dall’impiegato del CEMLA (Centro de Estudios Migratorios Latino Americanos) per effettuare le ricerche nella banca dati. Siccome davanti a noi c’è un'altra persona ci sediamo su una panchina a conversare in attesa del nostro turno, per non perdere la priorità acquisita. Vicino a noi si siedono altre due persone (un maschio ed una femmina) con cui facciamo conoscenza; l’uomo è un tenore professionista, ci invita per l’indomani sera ad assistere alla Boheme di Giacomo Puccini che si terrà al Teatro Argentino di La Plata, il capoluogo della Provincia di Buenos Aires. Arriva il nostro turno, l’operatore è molto più disponibile rispetto alla ragazza di due anni fa e così cerchiamo di ricostruire il primo viaggio del nonno Angelo, quello che l’ha portato in Argentina nel mese di Agosto del 1924. Purtroppo nel loro archivio non c’è traccia del giorno di arrivo, l’addetto ci spiega che non venivano registrati gli sbarchi effettuati nei giorni festivi e quelli del porto della Boca. Ci facciamo comunque stampare le pergamene del secondo viaggio (di cui avevamo già i dati), oltre ad altre informazioni che ci potranno tornare utili in futuro nelle nostre ricerche.

Una doverosa menzione la merita l’opera di recupero e riqualificazione dei vecchi docks di Puerto Madero, trasformati di recente in loft, uffici, ristoranti e locali alla moda. Quella che fino ad alcuni anni fa era una zona degradata adesso si è trasformata in una zona vitale della città. In questo contesto risaltano il candido Puente de la Mujer (di Santiago Calatrava) e la skyline dei grandi grattacieli dalle facciate in vetro, sedi di uffici ed aziende.

Riccardo intanto sta leggermente meglio, ha tollerato una bevanda al limone e qualche cucchiaino di gelato che Elisabetta ha acquistato in una gelateria artigianale situata all’angolo tra Arenales e Libertad.

 

Mercoledì, 21 Dicembre: Buenos Aires

Oggi è una giornata speciale. Per la prima volta infatti viviamo il secondo solstizio d’estate durante lo stesso anno solare e, di conseguenza, non assistiamo al solstizio d’inverno dell’emisfero boreale.

Mentre Rosa e Dino passeggiano nel reticolo di vie del centro fino ad arrivare a Plaza de Mayo, io continuo le ricerche sul nonno. Sto cercando di scoprire se soggiornò per un periodo qui a Buenos Aires prima di trasferirsi a Rosario. Inizio con il Departamento di Policia Federal situato in calle Moreno 1600, proseguo con il Tribunale di Avenida Tucuman 1300 e termino negli uffici del Tribunal Superior de Justicia in Avenida Cerrito 760. Presento una domanda scritta per risalire all’eventuale iscrizione nel Registro degli elettori stranieri della città di Buenos Aires. L’impiegata mi da appuntamento per l’indomani mattina quando sarà pronta la risposta. Immagino già che l’esito della domanda sarà negativo ed in effetti così sarà. Il comune denominatore di questo mio girovagare da un ufficio all’altro, è stata la cortesia dimostrata nei miei confronti da tutti gli addetti con cui ho avuto a che fare.

A metà pomeriggio ci ritroviamo in hotel con il señor Luís Rullo e sua figlia Roxana. Trascorriamo un paio d’ore in loro compagnia raccontandoci storie, aneddoti e ricordi. Sono rispettivamente il padre e la sorella di Maria, la mia insegnante al corso di spagnolo che frequento ormai da quattro anni all’Università della Libera Età AUSER di Mortegliano.

Alle ore 20.00 arriva puntuale in hotel il pulmino che ci accompagnerà al Michelangelo, locale situato in Balcarce 433 nel barrio di San Telmo, dove assisteremo allo show di tango. Durante il tragitto raccogliamo dei turisti messicani alloggiati in un lussuoso hotel sull’Avenida 9 de Julio. L’edificio che ospita il Michelangelo, denominato La Catedral de Tango, fu costruito prima del 1849 e la sua architettura particolare lo riconduce allo stile del famoso architetto Eduardo Taylor. La sua storia ne fa un luogo unico tanto che le autorità lo hanno dichiarato Patrimonio Architettonico della città nel 1995. Nel 1967 l’edificio fu adibito a casa di spettacoli e rapidamente diventò uno dei luoghi più esclusivi della capitale. È rimasto aperto per oltre trent’anni, poi è stato chiuso per permettere ad alcuni studiosi di effettuare degli scavi archeologici, infine nel 2005 è stato riaperto con la sua proposta attuale. Dopo aver consumato un aperitivo nella sala di benvenuto situata al piano terra, ci accomodiamo al primo piano per la cena. Siamo fortunati, il nostro tavolo si trova al centro della sala proprio di fronte al palco dove si svolgerà lo spettacolo. Tra le varie proposte del menù, scelgo il piatto denominato “Pampa mia”: si tratta di un filetto di vitello grigliato “sobre pan de chicharròn, acompañado con dúo de papas ahumadas, verdes y salsas criollas”. Tradotto: filetto di vitello grigliato servito sopra una crosta di pane, accompagnato con patate affumicate, insalata verde e salsa locale. Terminiamo la cena immergendoci in un delizioso carré di dolci. Poco dopo le ore 22.00 inizia lo spettacolo interpretato dalla compagnia di Gloria ed Eduardo Arquinbau, composta da circa 30 artisti che magicamente ricreano la storia del tango dai suoi inizi fino ai giorni nostri. Gloria ed Eduardo Arquinbau sono due tra i più importanti ambasciatori del tango argentino nel mondo, referenti di show da oltre quarant’anni, prima insieme ai più grandi compositori e musicisti e poi con la loro compagnia. Lo spettacolo si sviluppa in tre momenti distinti: El Corralón, El Burdel y la Fantasía Tanguera. Il primo atto ci riporta alle origini del tango, quando Buenos Aires non era altro che un paese con strade in terra battuta e case basse, le merci venivano trasportate con carri trainati da cavalli che al termine della giornata venivano alloggiati in case rurali (El Corallón appunto). Queste strutture venivano generalmente frequentate da operai, peones ed immigrati. Anche il secondo atto descrive un ambito vincolato agli inizi del tango, suonato e ballato in case dedicate alla prostituzione (El Burdel) e frequentate da uomini appartenenti a tutte le classi sociali del tempo. Nel terzo ed ultimo atto infine, Gloria ed Eduardo ci conducono nei tempi moderni ripercorrendo la parabola artistica di due famosi maestri con cui hanno lavorato in passato, Ástor Piazzolla e Mariano Mores. Lo spettacolo è stato vivace, coinvolgente, pieno di brio e colori, completamente diverso rispetto a quello a cui assistemmo due anni fa all’Esquina Homero Manzi, ma altrettanto bello.

Aggiornamento sullo stato di salute di Riccardo: evidenzia dei leggeri miglioramenti, anche se durante la giornata ha preferito assumere solo liquidi piuttosto che alimenti solidi.

 

Giovedì, 22 Dicembre: Buenos Aires, escursione a Luján

La giornata di oggi è interamente dedicata al pellegrinaggio a Luján. Il centro religioso si trova a poco più di 60 Km dalla capitale federale e si raggiunge tramite la Ruta Nacional n°7. In taxi ci trasferiamo dall’hotel a Plaza Italia nel barrio di Palermo, dov’è situata la fermata dell’autobus n°57. Acquistati i biglietti nell’apposito chiosco in metallo, attendiamo l’arrivo del mezzo camminando su e giù per il marciapiedi. Plaza Italia è un semicerchio, la cui base è rappresentata da Avenida Santa Fe e la circonferenza è delimitata dal giardino botanico (Carlos Thays), dal giardino zoologico e dal Predio Ferial della Sociedad Rural Argentina. Il viaggio dura all’incirca due ore e durante il tragitto si fa una sosta alla stazione delle corriere di Moreno.

Il punto d’arrivo del nostro girovagare odierno è la Basílica Nuestra Señora de Luján, costruita in stile gotico francese con le facciate tinte in marrone chiaro. Fa caldo, i larghi viali che conducono in centro sono pressoché deserti, i cani randagi sono alla ricerca di qualche pozza d’acqua per dissetarsi. La Basílica viene visitata ogni anno da più di cinque milioni di pellegrini provenienti da tutto il Paese e da diverse nazioni dell’America Latina. La piccola statua della Vergine Maria è in terracotta proveniente dal Brasile ed è avvolta in un lungo velo bianco ed azzurro (i colori nazionali), adornato con ricami d’oro. La leggenda vuole che nel 1630 il carro trainato da un bue che trasportava la statua della Virgencita si bloccò sulla strada, e non vi fu modo di spostarlo fin quando l’immagine sacra non venne rimossa. Il carro era diretto verso nord, a Santiago dell’Estero, ma il devoto proprietario interpretò questa sosta forzata come un segno e costruì sul posto una piccola cappella. All’ingresso della chiesa, una targa in marmo bianco ricorda la visita che Papa Giovanni Paolo II fece l’11 Giugno del 1982, in uno dei suoi innumerevoli viaggi in giro per il mondo. Sulla targa sono scritte queste parole: “Aqui por primera vez en la historia argentina, visita, concelebra y ora por la Patria un sucesor de San Pedro: Juan Pablo II. No lo dejes, Madre mia!”

La serata ci riserva una gradita sorpresa. Riceviamo infatti in hotel la visita del nostro caro amico Sandro Tognon, che si trova qui a Buenos Aires in vacanza già da inizio mese. Al termine della chiacchierata ci diamo appuntamento per una rimpatriata porteña l’indomani sera.

 

Venerdì, 23 Dicembre: Buenos Aires, escursione a Capilla del Señor

Prima di lasciare Buenos Aires e trasferirci a Rosario ci regaliamo una giornata di completo relax in campagna, un vero e proprio día de campo come lo chiamano qui. Si va all’Estancia Don Silvano, a Capilla del Señor, località della Pampa settentrionale situata sulla Ruta Nacional n°8 a poco meno di 90 km dalla capitale federale.

Durante il tragitto scorgiamo alcuni villaggi residenziali “privati”, racchiusi tra alte mura di cinta sormontate dal filo spinato, piantonati dagli agenti della security e monitorati da numerose telecamere. Sono dei veri e propri paesini in miniatura, indipendenti, dotati di tutti i servizi ed abitati da famiglie appartenenti al ceto benestante.

Al nostro arrivo in Estancia, il señor Roberto ci accoglie con una calorosa stretta di mano, empanadas di carne ed un buon bicchiere di vino tinto. Don Silvano, un immigrato di origine italiana, acquistò questa terra nel 1940 dalla famiglia Lennon, di chiare origini irlandesi. Passeggiamo all’interno dell’azienda ed iniziamo a prendere confidenza con la flora: gli alti eucalipti hanno le foglie mosse dal vento, gli ombù sembrano degli alberi ma in realtà sono delle grosse piante, il ceibo è l’albero nazionale argentino, fiorisce un mese all’anno e fa un fiore di colore rosso. Camminiamo sopra un metro e mezzo di humus, la superficie è molto soffice, le scarpe sprofondano nell’erba e ci sembra di stare sopra un materasso in gommapiuma. Ovviamente il terreno è molto fertile e quindi non vengono utilizzati concimi e fertilizzanti per ricavare ottimi raccolti. Gli ospiti dell’Estancia intanto hanno iniziato a cimentarsi con le attività quotidiane dell’azienda, come la mungitura delle mucche e le cavalcate a cavallo per radunare il bestiame. Sul tronco di un eucalipto notiamo un uccello, a prima vista ci sembra un picchio, chiediamo lumi ad un ragazzo e lui ci dice che si tratta di un pajaro carpintero. Abbiamo visto giusto!

Il suono della campanella ci annuncia l’ora del pranzo. Ci raduniamo così assieme agli altri ospiti nel grande salone che ha una capacità di 350 persone. Provengono da diverse parti del mondo: dalla Spagna, dal Cile, da Porto Rico, da Aruba, dall’Olanda e dal New Jersey. Il pranzo consiste in una grande parrilla a base di carne: chorizo (filetto di manzo), morcilla (sanguinaccio), asado de tira (costine arrosto), vacío (muscolo) e pollo, carote, uova sode, patate lesse, cipolla e pomodori. Al termine un buon caffé d’orzo ed una coppa di gelato alla crema. Il momento conviviale viene allietato da uno spettacolo di canti e danze del folklore argentino: tango, gato, chacarera, malambo e chamamè.

Torniamo all’aperto, ci sistemiamo sopra piccole tribune in legno per assistere alle destrezze gauche: addestramento dei cavalli, carrera cuadra e carrera de sortijas. Quest’ultima consiste in una specie di palio dell’anello. Un gaucho a cavallo infatti si lancia a forte velocità dentro una porta simile a quelle usate per le partite di calcio. Dalla “traversa” penzola un anello metallico di piccole dimensioni ed il gaucho deve infilzarlo con un punteruolo. Se riesce nell’intento lo porta via con se come premio e lo offre in dono ad una delle persone che assistono allo spettacolo, generalmente ad una donna. Vírginia mi offre del mate dalla sua bombilla. Mi dice che se una persona te lo serve dolce, allora vuol dire che gli piaci. Il suo è molto dolce ma le “finalità” sono ovviamente diverse da quanto scritto: è molto zuccherato perché così le gusta. Stop.

È arrivata l’ora del rientro in città, salutiamo i compagni di avventura e le persone impiegate in azienda non prima però di aver gustato dei deliziosi dolcetti preparati con amore dalla famiglia Lisiardi, attuale proprietaria dell’Estancia.

Ci lasciamo con un famoso detto argentino:

“Es solo la amistad que no se compra, ni vende,

solo se da, cuando en el pecho se siente!”

 

Tradotto:

“L’amicizia non si compra e non si vende,

solo si da, quando nel cuore si sente!”. 

 

Rientriamo in città e dopo un aver preparato i bagagli ci incamminiamo tra i palazzi ed i giardini di Recoleta, per raggiungere Sandro ed Adriana in Avenida Pacheco de Melo e trascorrere alcune ore in loro compagnia. Buenos Aires ce li aveva fatti conoscere due anni fa, adesso ci ritroviamo assieme per puro caso in questa splendida città.

Riccardo intanto sta molto meglio. Per la prima volta da quando siamo arrivati in Argentina ha mangiato con gusto ed appetito.

 

Sabato, 24 Dicembre: Rosario

È la vigilia di Natale!

La sveglia suona ad un orario insolito, fuori infatti fa ancora buio. Dopo aver sorseggiato velocemente un caffé caldo nel bar dell’hotel, ci trasferiamo armi e bagagli alla stazione delle corriere di Retiro, la più grande e famosa della città. Alle ore 6.30 in punto, il pullman della ditta Basa Costera Criolla lascia la banchina del terminal ed in circa quattro ore ci condurrà a Rosario. Il viaggio è tranquillo. Attraversiamo le Pampas settentrionali, sterminate distese verdi adibite a pascolo per mandrie di bovini e cavalli. Durante il tragitto ci viene servita una colazione a bordo. Sul retro del mezzo, proprio di fronte alla porta posteriore, c’è l’immancabile distributore di acqua bollente, ingrediente indispensabile per preparare il mate.

Arriviamo a Rosario, la “città” di mio nonno Angelo. Già a metà mattina fa caldo, molto caldo, la colonnina di mercurio del termometro ha raggiunto i 30 °C. Lasciati i bagagli in hotel ci dirigiamo subito a piedi nella vicina Avenida San Luís. La via è un brulicare di gente, piena com’è di attività commerciali e bancarelle di venditori ambulanti che stazionano ai lati della strada. Ai tempi del nonno, al civico 1241 c’era lo studio fotografico “Foto Americana” di A. Morandini. Il particolare lo abbiamo ricavato da una vecchia foto che lo ritrae e che aveva spedito a casa come ricordo. Lo studio fotografico ovviamente non c’è più, adesso l’edificio è occupato da un negozio di vestiti e tessuti. Chiediamo informazioni alle commesse, si consultano tra di loro, farebbero carte false pur di aiutarci però ormai sono passati troppi anni per ricavare delle informazioni utili. Ci salutano con il sorriso sulle labbra, ma con gli occhi velati di tristezza per non essere riuscite ad aiutarci. Terminiamo il pomeriggio trovando ristoro nella frescura del lussureggiante Parque Independencia, il quale ospita oltre ad alcuni musei, anche l’ippodromo e lo stadio del club Newell’s Old Boys.

Sopraggiungono le prime ombre della sera. Poco prima delle ore 21.00, tirati a lucido, ci rechiamo nella Basilica di Plaza 25 de Mayo per assistere alla Santa Messa della Noche Buena. La chiesa è affollata, per noi europei è strano vedere la gente vestita con capi leggeri proprio la notte di Natale. Una curiosità in merito alla funzione: nel momento di scambiarsi la pace, gli argentini non si danno la mano come facciamo abitualmente noi, ma si danno un bacio. Al termine della celebrazione, l’Arcivescovo che ha officiato scende fin sul sagrato per stringere le mani e scambiare gli auguri di Buon Natale con i fedeli.

Usciti dalla chiesa incrociamo diverse persone che armate di pirofile piene di cibarie, si recano da amici e parenti per trascorrere la Noche Buena in compagnia. A questo punto non ci resta che andare a cena. Abbiamo prenotato al ristorante La Aduana, posto strategico scelto con cura e situato a breve distanza sia dalla Basilica che dall’hotel.  

 

Domenica 25 Dicembre: Rosario

Feliz Navidad! Buon Natale!

Rosario è una bella città. Raggiunse l’apice del suo splendore nella prima metà del XX secolo grazie alla crescita industriale e commerciale, tanto che le valsero l’appellativo di Chicago argentina. La città si distingue per l’architettura dei suoi palazzi, diversi edifici di epoca coloniale sono rimasti quasi intatti anche se non proprio in buono stato. Hanno i tetti a terrazza, i riquadri degli infissi sono decorati ed i parapetti delle finestre sono simili a quelli dei palazzi di Venezia.

Le strade sono a reticolo, una perpendicolare all’altra, all’incrocio formano uno slargo di forma ottagonale. Al civico 480 di Entre Ríos c’è la prima casa di Ernesto Guevara de la Serna, conosciuto da tutti come il Che. Passeggiando per Avenida Córdoba ci spingiamo verso il Río Paranà. Le strade sono deserte, la gente in queste ore sta consumando il pranzo di Natale in famiglia. Proprio in fondo alla via c’è l’imponente monumento nazionale alla Bandiera. Il Paranà è il secondo fiume per lunghezza del Sud America dopo il Río delle Amazzoni, ed ha avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo economico e politico della città. Camminiamo sotto un sole cocente lungo l’argine del fiume, delimitato da un parapetto in metallo grigio. L’erba bruciata dal sole è secca e giallastra, pochi ciuffi ormai mantengono ancora la tonalità verde originale. I raggi del sole si rifrangono sul marmo rosato del monumento che ricorda i caduti nella guerra delle Isole Malvinas (o Falkland come le chiamano gli inglesi). Incontriamo un pescatore. Attaccato all’amo della sua canna, un pesce di colore giallo sta disperatamente cercando di divincolarsi per riguadagnare la libertà perduta. Il tipo ci spiega che questa specie di pesce ha una carne molto grassa e per gustarlo va cucinato alla griglia.

Prima di partire dall’Italia, l’amico di famiglia Duilio Missio (da Udine) ci aveva affidato una piccola missione: consegnare un pensiero a sua cugina Jole, che abita da tanti anni qui a Rosario. La signora, ormai anziana, vive con il marito Luigi Zorzi in una graziosa casa nel barrio di Alberdi, quartiere popolato da diverse famiglie di origine italiana e che all’inizio del 1900 era ancora un piccolo paese alla periferia della città. Nonostante avessimo preannunciato la visita ci accolgono sorpresi. Trascorriamo un paio d’ore in loro compagnia e mentre ci dissetiamo con una birra fresca, gli forniamo notizie sui loro parenti e sull’Italia. Luigi ci mostra con orgoglio i lavori di intarsio che fa sul legno nel suo piccolo laboratorio (sono degli ottimi lavori), e l’orticello che tiene con cura nel terreno situato sul retro della casa. Ci spiega che quando lui è arrivato qui da giovane, la gran parte degli immigrati italiani trovava occupazione in Ferrovia oppure nella posa in opera della rete elettrica.

Al termine della visita possiamo tranquillamente esclamare: misión cumplida caro Duilio!

 

Lunedì, 26 Dicembre: trasferimento a Buenos Aires e volo per Salta

E’ il mio onomastico.

Quella che ci aspetta è una giornata di completo trasferimento, una di quelle che i viaggiatori cercano sempre di evitare perché non passano mai.

Alle ore 9.30 lasciamo a malincuore Rosario. Ai lati della Ruta Nacional n°9 spuntano come funghi altarini in onore della difunta Correa e del gaucho Gil. Quelli dedicati a Deolinda Correa, conosciuta da tutti come la Difunta, sono riconoscibili per le numerose bottiglie di plastica piene d’acqua che li circondano, mentre quelli dedicati al Gauchito si distinguono per le bandierine rosse e le offerte votive.

Arriviamo alla stazione di Retiro di Buenos Aires e da lì ci spostiamo all’aeroporto J. Newberry, situato proprio di fronte alle acque eternamente marroni del Río de la Plata. Durante le lunghe ore di attesa, Dino e Riccardo passano il tempo facendo rispettivamente le parole crociate ed i compiti per le vacanze. Io mi siedo sulle comode poltrone in tessuto della sala partenze e dalle ampie vetrate osservo i movimenti dei velivoli. Sullo sfondo fanno bella mostra di se i moderni palazzi bianchi di Palermo Hollywood. Nel tardo pomeriggio, in leggero ritardo sulla tabella di marcia, il volo dell’Aerolineas Argentinas decolla dallo scalo della capitale ed in un paio d’ore ci catapulta a Salta, nell’estremo nord-ovest andino. Se due anni fa toccammo la punta meridionale del paese nella Terra del Fuoco, quest’anno arriveremo fino all’estremità settentrionale, proprio in prossimità del confine con la Bolivia.

Le prime ombre della sera si portano dietro un violento acquazzone. E’ il primo da quando abbiamo lasciato l’Italia ed il destino ha voluto che dovessimo arrivare fin quassù, nelle terre dove si venera Inti (il Dio Sole), per trovare la pioggia.

 

Martedì, 27 Dicembre: Salta, escursione alla Quebrada di Cafayate

Non abbiamo ancora avuto il tempo per prendere confidenza con la nuova realtà, che già di buon mattino partiamo per l’escursione alla Quebrada di Cafayate, situata nella parte meridionale della Provincia di Salta. Viaggiamo tra dolci colline verdeggianti ricche di coltivazioni di tabacco. Le piante sono di qualità Virginia, hanno un’altezza di circa 1,20 metri e tra le foglie sboccia un fiore. La coltura del tabacco necessita di molta manodopera fin dall’inizio, fin dal momento in cui le piantine vengono trapiantate a mano nei campi. L’estate è il periodo della raccolta e la bontà del prodotto viene stabilita dal colore e dalla consistenza delle foglie.

Le catene montuose che ci circondano si sono formate milioni di anni fa, grazie alla pressione contemporanea delle placche terrestri dell’Oceano Pacifico e dell’Oceano Atlantico. L’opera di erosione del vento e dell’acqua ha successivamente scavato dei canyon, chiamati per l’appunto quebradas. Quella di Cafayate è in realtà la Quebrada del Río de Las Conchas ed ha inizio subito dopo aver superato il minuscolo villaggio di Alemania, situato 100 km a sud di Salta. Il paesaggio cambia completamente e dalle colline verdi passiamo a distese aride di arenaria rossa. Ci fermiamo in una fattoria per sgranchirci le gambe e dissetarci. E’ costituita da un capanno in muratura con il tetto ricoperto da teloni ed adibito a stalla. Su un cavalletto in metallo all’aperto si trova una cisterna per la raccolta dell’acqua potabile. Legati al tronco di un albero due grossi esemplari di lama, uno dal pelo completamente marrone e l’altro chiazzato di bianco. Una delle persone che fa parte della nostra comitiva si avvicina impavido ai due animali e testa immediatamente lo sputo.

L’erosione di cui parlavamo sopra ha creato curiose formazioni di terreno a cui sono stati attribuiti dei nomi curiosi: La Garganta del Diablo (all’interno della quale si sente un’acustica perfetta), El Anfiteatro, El Obelisco, Los Castillos ed El Fraile, situato proprio nelle vicinanze della fattoria in cui ci siamo fermati.

La Provincia di Salta è famosa anche per i suoi vini e quindi poco prima di arrivare nella cittadina di Cafayate, facciamo una sosta nella cantina Vasija Secreta. L’azienda occupa la Casa Córdova e Murga ed è la più antica della città. Visitiamo il museo del vino nel quale sono illustrate tutte le fasi della lavorazione, dai tempi antichi fino a quelli moderni. Ci spiegano che le viti che producono il Torrontés, il vino locale, vengono trapiantate sulle falde superiori delle colline e quindi hanno una maggiore esposizione al sole, mentre i vitigni dei vini rossi francesi occupano i terreni più bassi, ricchi di sedimenti. La visita guidata si conclude con la degustazione dei loro prodotti: il Torrontés appunto, il Rosado, il Malbec ed il Cabernet Sauvignon.

Cafayate è la principale cittadina della zona sud-occidentale della Provincia, ed è situata ai piedi della Valle Calchaquí. La vita ruota attorno alla piccola piazza San Martín dove sorge anche la chiesa dedicata alla Nuestra Señora del Rosario. Durante la mattinata abbiamo avuto un grosso inconveniente: si è infatti bloccata la nostra macchina fotografica. Non conoscendo l’entità del guasto, ed in attesa di un’accurata analisi tecnica, siamo costretti ad entrare in un negozio del centro ed acquistarne una nuova con cui tirare avanti i prossimi giorni.

Soddisfatti per l’interessante escursione effettuata trascorriamo la serata al ristorante la Vieja Estación di Salta. Il 27 Dicembre si festeggia San Giovanni e nel paese in cui viviamo la tradizione vuole che si mangi la trippa. Noi invece siamo qui sugli altipiani andini e gustiamo un piatto tipico dell’America Latina: i tamales. Si tratta di grosse polpette fatte con un impasto di carne macinata, carote, cipolla e farina di mais, racchiuse in una foglia di granoturco e fatte bollire in acqua calda per 10-15 minuti. Sono squisiti. La serata viene allietata da un’orchestrina che si esibisce in un repertorio di peña, la musica popolare della zona.

 

Mercoledì, 28 Dicembre: Salta, escursione alla Quebrada di Humahuaca

La sveglia suona presto, sono le ore 5.45 e fuori fa ancora buio. Al termine della colazione sprofondiamo nelle soffici poltrone in pelle della lounge dell’hotel in attesa di Benicio, l’autista dell’agenzia. Oggi infatti si sale verso nord, si va ad Humahuaca.  

L’omonima quebrada è stata dichiarata Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’UNESCO ed è caratterizzata dalle pendici colorate delle colline che la compongono. Gli spagnoli colonizzarono queste terre alla fine del XVI secolo arrivando fin qui dal Perù. Lasciata Salta ci immettiamo sulla Ruta Nacional n°9 in un paesaggio dominato da coltivazioni di tabacco e canna da zucchero. Dopo aver superato la città di Jujuy, iniziamo a costeggiare il corso del Río Grande e ci fermiamo sul ciglio della strada per fotografare il Cerro de Los Siete Colores. Si tratta di una collina variopinta che contrasta con il grigiore di quelle vicine a lei. È suddivisa in fasce orizzontali aventi tonalità diverse: marrone, arancione, panna, grigio e rosso bordeaux. Sotto le sue pendici sorge il piccolo villaggio di Purmamarca. E’ formato da bianche abitazioni in stile coloniale e le stradine sono in terra battuta. Nascosta tra il fogliame di alberi ad alto fusto e circondata da un basso muretto di cinta, la chiesetta dedicata a Santa Rosa de Lima. Il vialetto che conduce alla porta d’ingresso è in acciottolato sconnesso e sul lato sinistro dell’edificio c’è una torre campanaria di modeste dimensioni. Ci troviamo proprio fuori dal mondo ma uno sportello bancomat per prelevare pesos si trova anche qui. Potere della globalizzazione.

Pochi chilometri più a nord c’è il villaggio di Tilcara. E’ il giorno del mercato e Plaza Prado è presa d’assalto dalle bancarelle dei venditori ambulanti, provenienti da queste valli remote. Visitiamo dapprima l’interessante Museo Archeologico Eduardo Casanova, gestito dall’Università di Buenos Aires e ricco di manufatti artigianali e successivamente, ci dirigiamo a piedi sulla collina del Pucarà. Il sole cocente e la mancanza di ossigeno nell’aria che respiriamo rendono la scalata faticosa, soprattutto per le persone più anziane. Si sale per un sentiero stretto che si sviluppa tra grossi massi di pietra, piante grasse dalle lunghe spine e numerosi esemplari di cactus cardón. Questa specie di cactus trova il suo habitat naturale ad un’altitudine superiore ai 2000 metri di quota, ed ogni anno cresce da un minimo di uno ad un massimo di quattro centimetri. Sulla cima della collina si trova una città fortificata di età precolombiana, scoperta nel 1903 e ricostruita dagli studiosi negli anni ’50 sulla base di quella originale. Fu realizzata in pietra dagli indigeni nativi ed è costituita da diverse abitazioni ed una vecchia chiesa.

Poco dopo aver lasciato Tilcara, oltrepassiamo per la prima volta nella nostra “carriera” di viaggiatori la linea immaginaria del Tropico del Capricorno. È da poco passato mezzogiorno quando arriviamo nel villaggio di Humahuaca, situato ad una altitudine di 3000 metri sul livello del mare. Volgiamo lo sguardo verso il cielo ed abbiamo la sensazione di toccare le nubi con un dito. Il paese è abitato da una folta comunità di indios Quechua che vive in modeste abitazioni costruite con mattoni cotti al sole. Donne e bambini avvicinano i turisti che arrivano fin quassù, con lo scopo di rimpinguare le casse della famiglia grazie alla vendita di oggetti artigianali, foglie di coca e bambole costruite con i prodotti della natura (legno, foglie, etc.). Le comunità indigene che abitano queste lande ai piedi della Cordillera, venerano il culto della Pachamama, la Madre Tierra. E’ la Dea della terra, dell’agricoltura e della fertilità, il primo Agosto di ogni anno la popolazione festeggia la giornata del ringraziamento, restituendo alla Madre Tierra il nutrimento che essa fornisce loro. Viene scavata un’enorme buca nel terreno nella quale vengono riposti gli alimenti appositamente cucinati per l’occasione. Al termine della cerimonia la buca viene completamente ricoperta di terra ed ogni devoto depone una pietra fino a formare una montagnola di sassi denominata Apachete. Dopo aver consumato un pranzo frugale in una locanda del centro, visitiamo il Cabildo, il monumento all’Indipendenza e la chiesa della Candelaria. Oltre a delle targhe che ricordano Papa Giovanni Paolo II e Sant’Antonio da Padova, abbiamo la possibilità di ammirare il presepio degli “altipiani”: rispecchia fedelmente l’ambiente che ci circonda e quindi rispetto ai “nostri” presepi ha meno vegetazione, le palme sono sostituite dai cactus e le pecore da lama e vigogne. La cittadina nel suo complesso è molto interessante, sia a livello culturale che architettonico, ma quello che non dimenticheremo mai sono gli occhioni scuri dei bambini che incrociamo per le viuzze del centro.

Prendiamo la strada per il ritorno e durante il tragitto ci fermiamo prima ad Urquía, dove visitiamo la bella chiesa dedicata a San Francesco, poi nello splendido villaggio dalle casette bianche di Iruya ed infine a San Salvador de Jujuy, città fondata dagli spagnoli nel 1592 e capoluogo dell’omonima Provincia. Rientriamo a Salta soddisfatti, è stata un giornata lunga ed anche faticosa, però ne usciamo arricchiti sotto tutti gli aspetti.

 

Giovedì, 29 Dicembre: Salta

Fondata nel 1582 da Hernando de Lerma, Salta è situata in una conca circondata da colline verdeggianti. E’ una città vivace, giovane, piena di vita ed è soprannominata “la linda” (la bella). Plaza 9 de Julio, circondata da splendide costruzioni di epoca coloniale, rappresenta il cuore pulsante della città. Partiamo da qui per visitare alcuni dei luoghi più importanti e suggestivi. La cattedrale situata sul lato nord della piazza conserva le ceneri del General Martín Miguel de Güemes, eroe delle guerre di indipendenza ed originario di qui. Poco lontano dalla piazza si trovano sia la chiesa di San Francisco che il convento carmelitano di San Bernardo, nel quale trovano pace, serenità ed alloggio le carmelitas descalzas. Dal monumento dedicato al generale Güemes si sale (in teleferica, in macchina, a piedi) sul Cerro San Bernardo, dalla cui vetta si ammira uno splendido panorama sulla città. Poco fuori il centro abitato ed immerso nel verde si trova il barrio San Lorenzo, nel quale saltano subito all’occhio lussuose ville circondate da giardini ben curati in stile inglese. Dapprima ci fermiamo in una Casa del Tè per merenda e successivamente visitiamo il rinomato mercato artigianale.

Qui a Salta alloggiamo in un bellissimo hotel in Balcarce, da poco restaurato ed arredato con pregevole gusto in stile etnico Quechua. In fondo alla via c’è anche la stazione ferroviaria Ferrocarril Belgrano dalla quale parte il Tren a Las Nubes. Attraversando la valle di Lerma e la Quebrada del Toro raggiunge dopo un itinerario tortuoso tra gallerie, ponti e viadotti il centro minerario di San Antonio de Los Cobres. Attualmente però le corse sono sospese causa problemi di sicurezza in alcuni tratti della linea.

foto: Cataratas lato argentino (Iguazú, Argentina)

 

Venerdì, 30 Dicembre: Trasferimento da Salta a Buenos Aires e successivamente a Puerto Iguazú

Dato che Salta non ha collegamenti aerei diretti con Puerto Iguazú, siamo costretti a rientrare a Buenos Aires e da lì raggiungere la Provincia di Misiones. Non tutti i mali vengono per nuocere come si sul dire, la deviazione infatti ci permette di ammirare per un’ultima volta Buenos Aires, una città che ormai ha trovato stabilmente posto nel nostro cuore. Quando la lasciamo definitivamente, nella nostra mente riecheggiano le note di un bellissimo tango di Carlos Gardel, dedicato proprio alla città:

 

Mi Buenos Aires querido (Mia cara Buenos Aires) 

Mi Buenos Aires querido
cuando yo te vuelva a ver,
no habrás más pena ni olvido.


El farolito de la calle en que nací
fue el centinela de mis promesas de amor,
bajo su quieta lucecita yo la vi
a mi pebeta, luminosa como un sol.
Hoy que la suerte quiere que te vuelva a ver,
ciudad porteña de mi único querer,
y oigo la queja
de un bandoneón,
dentro del pecho pide rienda el corazón.


Mi Buenos Aires
tierra florida
donde mi vida 
terminaré.
Bajo tu amparo
no hay desengaños,
vuelan los años,
se olvida el dolor.
En caravana
los recuerdos pasan,
con una estela
dulce de emoción.
Quiero que sepas
que al evocarte,
se van las penas
de mi corazón.


La ventanita de mi calle de arrabal.
donde sonríe una muchachita en flor,
quiero de nuevo yo volver a contemplar
aquellos ojos que acarician al mirar.
En la cortada más maleva una canción
dice su ruego de coraje y de pasión,
una promesa
y un suspirar,
borró una lágrima de pena aquel cantar.


Mi Buenos Aires querido,
cuando yo te vuelva a ver,
no habrá más pena ni olvido.

Per i passeggeri che avevano pianificato il pranzo durante il volo (come noi del resto), si materializza una brutta sorpresa. Poche decine di minuti dopo il decollo infatti entriamo in zone di forti turbolenze, dalle quali usciremo solo pochi minuti prima di toccare il suolo dell’aeroporto di Puerto Iguazú. La situazione di disagio e pericolo non permette alle hostess di servire il pasto previsto, e quindi arriviamo a destinazione con il desiderio di mettere al più presto qualcosa di solido sotto i denti.

In fase di avvicinamento all’aeroporto il velivolo sorvola le famose cascate, offrendoci così un gustoso antipasto su quello che andremo ad approfondire nei prossimi giorni. Buttiamo lo sguardo fuori il finestrino, rigogliose foreste verdi creano un ambiente nel quale il Río Iguaçu ed il Río Paranà si dimenano come due serpenti. In mezzo a questo contesto notiamo uno sfregio bianco sulla base, come se qualcuno avesse squarciato la tela di un quadro con la lama di un coltello: sono le cascate che emanano una nube biancastra di vapore acqueo.

 

Sabato, 31 Dicembre: Puerto Iguazú, escursione a San Ignacio de Miní

Piove. Il programma della giornata prevede la lunga escursione a San Ignacio de Miní e quindi, poco dopo le ore 8.00, siamo già in viaggio verso sud sulla Ruta Nacional n°12. La cosa che ci salta subito all’occhio è il colore rosso della terra, un rosso fuoco. Il perché è presto detto: il terreno infatti è molto ricco di ossido di ferro.

Ci fermiamo nella piccola località di Wanda per la prima visita della giornata. Percorrendo un sentiero sconnesso in terra battuta ci addentriamo nella foresta e dopo un breve tragitto arriviamo nella zona delle miniere di pietre preziose. Scendiamo dal pulmino, acquistiamo i biglietti d’ingresso e ci presentiamo al punto di partenza delle visite guidate. Siamo circondati da piante tropicali fiorite e l’acqua che ristagna nelle pozze è ricoperta da uno strato di vegetazione giallastra. Il terreno reso umido dalla pioggia del mattino non ci è d’ostacolo e quindi scendiamo negli anfratti scavati dai minatori nella roccia. Nelle pareti sono ben visibili le venature di quarzo. Si tratta di quarzo puro, trasparente, che nel tempo viene a contatto con i minerali presenti nel terreno ed assume altri colori. Il processo di lavorazione a cui vengono sottoposte le pietre estratte prevede dei cicli di cottura ad alte temperature, al termine dei quali si avrà il prodotto finale: pietre di agata, di ametista, di topazio e di acqua marina, pronte per essere esportate in base alle richieste dei mercati.

Dopo un’abbondante pranzo consumato in uno spartano tenedor libre di Jardín América, scendiamo verso sud seguendo il corso del Río Paranà, fino ad arrivare nella località di San Ignacio de Miní. Qui si trovano le rovine di una famosa missione gesuitica, un sito archeologico tra i meglio conservati dell’intero Sudamerica. San Ignacio fu fondata per la prima volta nel 1611 nello stato di Paranà in Brasile, venne abbandonata dopo ripetuti attacchi da parte dei mercanti di schiavi e trovò la sua collocazione attuale solo alla fine del XVII secolo. I missionari Gesuiti avevano il compito di evangelizzare e riorganizzare la vita sociale degli indios Guaraní, compiti che i colonizzatori spagnoli non erano in grado di portare a termine. I Guaraní erano nomadi, adoravano varie divinità (il Sole, la Luna, etc.) e si spostavano ogni qualvolta gli accadeva qualcosa di grave, in quanto lo interpretavano come un segnale venuto dall’alto. Erano piccoli di statura (non superavano il metro e mezzo di altezza), avevano la pelle olivastra e praticavano la poligamia. Con l’aiuto dei Gesuiti divennero stanziali e si organizzarono in comunità chiamate Reducción. Il sistema sociale era così strutturato: a 12 anni i maschi uscivano dalle famiglie ed andavano a vivere da soli (altro che bamboccioni), e svolgevano il servizio militare per difendere la comunità da invasioni esterne. A 17 anni si potevano sposare. Formavano una nuova famiglia e da quel momento dovevano occuparsi solo della crescita dei figli e del lavoro nei campi. Durante la settimana lavoravano quattro giorni per il sostentamento della famiglia, due giorni per la comunità e la Domenica santificavano la festa. Morivano ad un’età compresa tra i 35 ed i 40 anni. Il monumento principale della missione è la grande chiesa in arenaria rossa, ma anche le altre strutture sono in buono stato grazie all’ottima opera di recupero e restauro cui sono state sottoposte negli scorsi decenni. Il sole intanto ha fatto capolino ed il caldo è afoso. Sui tronchi degli alberi si intravedono i resti dei corpi delle cicale stecchite dal sole. Attorno ad una colonna è cresciuta una grande pianta di fico che prende il nome di “albero con il cuore di pietra”. Il sito archeologico è molto bello e merita sicuramente una visita.

Oggi è anche l’ultimo giorno dell’anno e quindi dopo il rientro a Puerto Iguazú ci organizziamo per la serata. Prenotiamo al ristorante El Encuentro, situato a poche centinaia di metri dall’hotel in cui alloggiamo.

Allo scoccare della mezzanotte ci scambiamo gli auguri per l’arrivo del nuovo anno e mentre nella sala da pranzo si scatena il classico trenino sulle note di samba, noi ci trasferiamo all’esterno del locale. Teniamo in mano un calice di champagne, il cielo è stellato e la Croce del Sud è facilmente riconoscibile sopra di noi. In lontananza ammiriamo l’evolversi di luminosi e variopinti spettacoli pirotecnici. Nonostante provengano da nazioni diverse (Argentina, Brasile e Paraguay), ci sembra di stare sotto lo stesso tetto e di far parte di un’unica famiglia. E con questa sensazione diamo il benvenuto al 2006.

 

Domenica, 1 Gennaio: Puerto Iguazú, visita alle cascate dal lato argentino

Le cascate di Iguazú furono scoperte dagli europei nel 1542 grazie alla spedizione guidata da Álvar Núñez Cabeza de Vaca. Secondo la leggenda Guaraní, le cascate si formarono quando un guerriero indio di nome Caroba incorse nell’ira di una divinità locale, per essere fuggito in canoa lungo il fiume con una giovane donna, Naipur. La divinità infatti si era innamorata della ragazza e per punirli fece crollare il letto del fiume davanti a loro, generando una serie di cascate nelle quali Naipur cadde trasformandosi in una roccia. Caroba invece sopravvisse sotto forma di albero ed in questa veste osserva ancora oggi la sua amata.

Entrati nel parco, data un’occhiata veloce all’interessante Centro Interpretativo, saliamo sul primo vagone libero del trenino denominato Tren Ecológico de la Selva. Scendiamo alla prima fermata, la Estación Cataratas. Ci addentriamo nella foresta pluviale attraverso il Circuito Superiordal quale possiamo ammirare degli scorci suggestivi dalla cima di alcune tra le cascate più importanti, tra cui i salti Bossetti, Bernabé Mendez e Mbigua. Riprendiamo il trenino e questa volta scendiamo alla Estación Garganta del Diablo. Grazie ad una passerella metallica che scorre per alcune centinaia di metri poco sopra il pelo dell’acqua, arriviamo ai salti Garganta del Diablo ed Unión. È sicuramente il momento clou della giornata (e non solo). Il rumore è assordante, una quantità enorme di acqua si getta nel vuoto proprio sotto di noi, dal fondo risalgono vapori e spruzzi che bagnano i visitatori e rendono problematiche le riprese fotografiche. L’acqua è torbida e forma una schiuma bianca con delle striature verdastre. Restiamo per diversi minuti appoggiati al parapetto del belvedere rapiti da quello che vediamo. Siamo estasiati! Quello che stiamo vivendo è sicuramente lo spettacolo della natura che più si avvicina all’immaginario umano dell’apocalisse. Siamo restii a spostarci da qui però l’afflusso di turisti è continuo e quindi a malincuore dobbiamo cedere il “nostro” posto. Torniamo indietro e dopo aver consumato uno snack in un fast food, rientriamo nella selva per il Circuito Inferior. Scendiamo verso il letto del fiume attraverso scale e passerelle attraversando un fitto sottobosco formato da alberi, arbusti, rampicanti e piante tropicali. Mimetizzato nel fogliame intravediamo un uccello che ignaro dei visitatori, cova tranquillamente le sue uova. Il canto delle cicale è incessante, l’umidità è opprimente e le gocce di sudore si staccano dalla fronte e ci solcano le guance. Una passerella ci conduce fino ai salti Dos Hermanas e Bossetti. Ci avviciniamo talmente tanto che quasi quasi sfioriamo l’acqua con la mano. Terminiamo la visita nel tardo pomeriggio, non prima di aver dato un’ultima occhiata d’insieme al parco dalla torre del Centro Visitatori.

Che dire. Non potevamo iniziare meglio il 2006, è stata un’esperienza indimenticabile e la visita ammortizza almeno moralmente lo sforzo economico fatto per venire fin quaggiù.

 

Lunedì, 2 Gennaio: Puerto Iguazú, visita alle cascate dal lato brasiliano

Come da abitudine ormai consolidata, anche oggi la sveglia suona all’alba. Dopo aver fatto il pieno di zuccheri con una colazione a base di dolci e frutta tropicale, partiamo alla volta del vicino Brasile. Sbrigate le laboriose formalità doganali e superato il ponte Presidente Tancredo Neves sul Rìo Iguaçu, ci dirigiamo verso Itaipù dove andremo a visitare l’omonima centrale idroelettrica (Represa Hidroelètrica).

I lavori di costruzione della centrale iniziarono nel 1971 grazie ad una partnership tra Brasile e Paraguay. La prima turbina fu messa in funzione nel 1984. Con una capacità produttiva di circa 13-14 milioni di chilowatt, la centrale riesce a soddisfare una parte del fabbisogno energetico di entrambi i paesi, soprattutto del “piccolo” Paraguay. Al centro visitatori veniamo fatti salire su un bus (il nostro è il n°7) ed iniziamo la visita guidata che durerà all’incirca un’oretta. Ovviamente la guida esalta gli aspetti positivi dell’opera, l’essere la centrale più grande del mondo per esempio, però altre fonti meno “interessate” ci ricordano che progetti del genere possono indebitare con banche e multinazionali anche un paese grande come il Brasile, senza la minima speranza (se non remota) di poter rientrare in futuro dall’investimento.

Terminata la visita, ci accorgiamo di essere in anticipo sulla tabella di marcia e di avere ancora del tempo libero a nostra disposizione prima che il parco nazionale apra i suoi ingressi. Decidiamo di ammazzare il tempo passeggiando per le vie commerciali (ed affollate) del centro di Foz do Iguaçu. La città sorge alla confluenza di due fiumi, il Rìo Iguaçu ed il Rìo Paranà, ed ha avuto un rapido sviluppo negli anni ’70 in concomitanza con l’inizio dei lavori di costruzione della centrale idroelettrica.

Alle ore 13.00 in punto, ci troviamo davanti all’edificio ad un piano che ospita il centro visitatori del Parque Nacional do Iguaçu. L’entrata del complesso, costruito in mattoni rossi faccia a vista, si affaccia su una grande vasca d’acqua ornamentale, nella quale si rispecchiano le figure geometriche ed i colori sgargianti delle piastrelle che ne tappezzano il fondo. Sul retro invece c’è la stazione degli autobus che fanno la spola con l’interno del parco. Partiamo così alla scoperta del lato brasiliano delle cascate, anche se dopo l’esperienza del giorno prima sappiamo bene cosa ci aspetta e quindi l’attesa non ci fa alzare più di tanto il tasso di adrenalina. In cielo intanto continuano a compattarsi delle nuvole poco rassicuranti che si fanno sempre più minacciose. Scendiamo dal bus alla fermata Hotel Tropical das Cataratas, ci addentriamo attraverso un sentiero nella giungla e dai vari belvedere ammiriamo degli scorci suggestivi dell’Isla San Martín e di alcuni salti del lato argentino, a mio parere più bello e più ricco di fascino. L’umidità è più opprimente di ieri e questo rende più disagevole la nostra camminata. Il continuo cinguettio degli uccelli ci accompagna durante tutto il tragitto a piedi, al termine del quale ci attende il momento clou della visita. Ignari di tutto ciò procediamo spensierati, affacciandoci ai vari mirador per scattare fotografie, poi una volta terminato il sentiero (a tratti pavimentato, a tratti sterrato) ci troviamo di fronte ad una di quelle situazioni che non ti aspetti. Una passerella metallica infatti, si incunea sopra le rocce ed i vortici impetuosi formati dall’acqua “rabbiosa” del fiume, e ci consente di ammirare da distanza ravvicinata ed in posizione frontale la Garganta del Diablo, oltre ad altri salti del lato brasiliano. Il rumore creato dall’acqua è talmente assordante che incute rispetto e ci ricorda che noi comuni mortali, possiamo ben poco rispetto alla forza travolgente della natura. Tanto basta affinché Rosa ed Elisabetta, “le coscienze femminili del gruppo”, si fermino a metà passerella. Il vento creato dalla caduta delle acque ed i schizzi che ne scaturiscono ci bagnano quasi completamente. Ma ne vale veramente la pena! Poco più in là, un ascensore ci permette di salire sulla terraferma a Porto Canoas, ultima stazione dei bus all’interno del parco, nella quale si trovano anche alcuni servizi tra cui un fast food.

Nel tardo pomeriggio rientriamo a Puerto Iguazú, base logistica di questi bellissimi giorni trascorsi a cavallo di Capodanno nella regione di Misiones. Questa è l’ultima notte che trascorreremo in Argentina e quindi, prima di lasciarla, decidiamo di affogare l’emozione in un tenero Bife de Chorizo accompagnato da un buon Malbec mendozino.

Hasta la vista Argentina, il nostro viaggio ora continua in Brasile. Seguiteci!

 

RINGRAZIAMENTI:

Adriana e Sandro Tognon per la splendida accoglienza, Luís e Roxana Rullo per l’ottimo Cabernet Sauvignon che ci hanno donato, Laura Tocalini e Vírginia Moran rispettivamente titolare ed accompagnatrice dell’agenzia, gli autori dei diari di viaggio scaricati dal sito Turisti per Caso, i miei cugini Adriana e Giorgio Zappa per la bella giornata trascorsa assieme (Adriana tra l’altro è una brava cuoca che ci prende sempre per la gola).

 

AUTORE:

Stefano Tomada