Toscana

UNA TAVOLOZZA DI COLORI CHIAMATA TOSCANA

foto: Cappella della Madonna di Vitaleta (Toscana, Italia)

 

INTRODUZIONE: 

Eravamo già stati in Toscana in passato ma solo a Firenze. La visione delle tante fotografie postate sui social e della serie televisiva “Vado a vivere in Italia”, trasmessa dal canale Fine Living, avevano fatto letteralmente innamorare Elisabetta di questa terra. Erano anni quindi che la corteggiava, che la sognava e di tanto in tanto provava con discrezione a sondare i miei desideri e quelli di Riccardo. Già da qualche mese ormai avevamo intuito che quest’anno, per una serie di circostanze, non saremmo stati in grado di progettare viaggi a medio lungo raggio e quindi la scelta della Toscana quale meta delle nostre vacanze ci è sembrata quasi scontata. 

Qui di seguito vi proponiamo il diario di viaggio ed il relativo racconto fotografico, oltre ad alcune informazioni pratiche.  

 

PROGETTAZIONE DEL VIAGGIO: 

Il viaggio è stato organizzato in autonomia. Fissate le date e pianificato a tavolino un itinerario di massima, non ci restava che individuare l’alloggio migliore per le nostre esigenze. Il programma con il punto fermo dell’ultimo giorno da dedicare alla visita di Siena, situata sulla via del rientro a casa, è stato strutturato a blocchi di tre giornate suddivise per zone geografiche (Maremma e provincia di Siena). Abbiamo cercato comunque di mantenere all’interno di ogni blocco un minimo di flessibilità per poter modificare e/o implementare in corso d’opera lo sviluppo del percorso, in base alle sensazioni del momento e soprattutto alle condizioni atmosferiche che giorno dopo giorno saremmo andati ad incontrare. 

 

GUIDA: 

Touring Club Italiano – Guida rapida d’Italia (Volume 4)

Lonely Planet Toscana 

 

PERIODO: 

Da giovedì 16 a martedì 21 giugno 2016. 

 

PARTECIPANTI: 

Riccardo, Elisabetta e Stefano. 

 

MEZZI DI TRASPORTO: 

Abbiamo raggiunto e perlustrato in lungo e in largo la zona meridionale della regione con la nostra auto. Al termine del viaggio abbiamo totalizzato la bellezza di 1800 chilometri. 

Per approdare all’isola del Giglio invece abbiamo utilizzato i traghetti della compagnia di navigazione Maregiglio, seguendo la rotta Porto Santo Stefano (Argentario) – Giglio Porto (poco meno di un’ora di navigazione).  

 

ALLOGGIO: 

Per quanto riguarda la scelta dell’alloggio in fase di progettazione avevamo vagliato due possibilità, entrambe aventi sia lati positivi che negativi. La prima opzione prevedeva l’individuazione di un unico alloggio situato in una posizione equidistante dai luoghi che via via saremmo andati a scoprire. La seconda invece prevedeva la ricerca di due alloggi, uno da utilizzare durante la nostra permanenza in Maremma e l’altro in provincia di Siena. Se da un lato quest’ultima soluzione ci avrebbe consentito di pernottare a pochi chilometri di distanza dai luoghi da visitare e quindi di ridurre leggermente i tempi dei trasferimenti, dall’altro avrebbe determinato già in partenza che la visita a Siena e dintorni l’avremmo dovuta collocare negli ultimi tre giorni di vacanza. Noi però preferivamo un itinerario più flessibile in quanto avevamo il desiderio di visitare l’isola del Giglio e la Val d’Orcia in giornate soleggiate. Dato che in quest’ultimo scorcio di primavera le condizioni atmosferiche erano state molto instabili e di difficile previsione, alla fine abbiamo optato per la prima soluzione e quindi abbiamo stabilito la nostra dimora in un residence situato nel paese di Roselle, piccola frazione del comune di Grosseto. 

 

foto: Piazza Grande a Montepulciano (Toscana, Italia)

 

DIARIO DI VIAGGIO:

 (tratto dai miei appunti)

 

Giovedì, 16 giugno: giornata di trasferimento a Roselle, escursione a Monterotondo Marittimo e Massa Marittima. 

Durante il viaggio in auto… 

Con il tempo che non promette nulla di buono, come da oltre un mese a questa parte, alle ore otto del mattino ci mettiamo in marcia direzione Toscana. La monotonia e la ripetitività delle azioni svolte durante i viaggi in autostrada hanno da sempre il pregio di far riaffiorare nelle nostre menti i ricordi del passato, e così è stato anche questa volta. Man mano che scendiamo verso il basso Veneto realizzo che sono passati oltre cinque lustri dall’ultima volta che mi ero spinto in auto fino a queste latitudini. Era il mese di maggio del 1989 e con un gruppo di amici ero andato a Modena ad assistere al concerto della band scozzese dei Simple Minds. Rovigo invece è stata meta del primo viaggio della mia vita. Avevo solo tre anni e con i miei genitori eravamo andati a trovare una coppia di amici che vivevano in Polesine. Arrivati infine a Sasso Marconi non incontriamo una ragazza come cantava tanti anni fa Antonello Venditti in “Bomba o non bomba”, bensì i raggi del sole che poi fortunatamente ci accompagneranno per il resto della giornata. 

Dalla Toscana… 

Lasciata la tangenziale che lambisce Siena, non ci dirigiamo diritti verso il nostro approdo serale di Roselle, ma ci immettiamo in un toboga di stradine secondarie che ci porteranno verso il parco nazionale delle Colline Metallifere Grossetane. Ad inizio percorso i dolci pendii sono tappezzati da campi di foraggio, uliveti e cespugli gialli di ginestre in fiore, poi man mano che saliamo di quota ci addentriamo in fitte boscaglie ricolme di piante di medio e alto fusto. L’unica costante rimangono i piccoli paesi con le caratteristiche abitazioni aventi le facciate in mattoni faccia a vista color ocra. 

Appena fuori l’abitato di Monterotondo Marittimo inizia il percorso escursionistico che si snoda all’interno del parco naturalistico delle Biancane. Inserito nella rete europea dei geo-parchi affiliati all’UNESCO, questo lembo di terra è caratterizzato da diverse manifestazioni geotermiche come soffioni, fuoriuscite di vapore dal terreno, putizze e fumarole. 

Dante Alighieri comunque le aveva già citate secoli fa nel libro sesto delle Rime:
 
"...versan le vene le fummifere acque
per li vapor che la terra ha nel ventre,
che d'abisso li tira suso in alto"
 

Lasciata l’auto in uno spiazzo in località Lagoni, ci incamminiamo per il sentiero perfettamente segnalato e delimitato da corde e staccionate in legno. L’aria è impregnata dal caratteristico odore di uova marce dell’acido solfidrico. Grazie alle attività del fluido magmatico l’aspetto del paesaggio che ci circonda ha assunto le sembianze di una vera e propria tavolozza di colori. Si va dalle tonalità più marcate dei rossi a quelle dei marroni, da quelle più accese dei gialli a quelle bianche color gesso. Dalle fessure presenti nel terreno inoltre si alzano colonne di fumo che il vento spariglia qua e là come fossero le scie impazzite di mortaretti. Di tanto in tanto ci sediamo sulle panchine in legno strategicamente situate nei punti panoramici. Il riscaldamento naturale del terreno e dell’aria hanno creato un ecosistema unico e questo ha inciso profondamente anche sulla flora che vi prospera. Nel nostro incedere intravediamo cespugli di brugo, una pianta della famiglia delle ericacee, che quando fiorisce tra agosto e settembre si ricopre di fiori color ciclamino, mentre le piante di alto fusto non sono altro che sughere. Ovviamente anche l’uomo ha fatto la sua parte in questo contesto. Fin dai primi anni del ‘900 infatti si analizzò la possibilità di generare energia geotermoelettrica sfruttando i fenomeni del sottosuolo, ed il risultato di questi studi portò nel 1958 alla realizzazione di una centrale dell’ENEL. Questa centrale ed altre edificate successivamente nei dintorni, oltre a fornire l’energia necessaria al villaggio di Monterotondo Marittimo, coprono buona parte del fabbisogno energetico dell’intera provincia di Grosseto. 

Terminata la camminata riprendiamo la macchina ed in una ventina di minuti ci trasferiamo a Massa Marittima. La cittadina fin dai tempi dei Comuni è suddivisa in due parti. La zona vecchia rappresenta il nucleo primitivo ed è strutturata come un borgo medioevale formato da vicoli stretti su cui si affacciano negozi, botteghe, studi di professionisti ed uffici pubblici. La zona nuova invece fu edificata in un secondo momento in uno stile che rifletteva l’urbanistica delle città romane. I senesi infine ci misero del loro e la divisero in due grazie alla costruzione di alte mura, controllando i movimenti dei due nuclei grazie al passaggio obbligato di Porta delle Silici, posta al termine di una dura rampa lastricata in pietra. La nostra visita si concentra in gran parte sulla parte bassa della cittadina. Piazza del Duomo è splendida, la cattedrale di San Cerbone ed i palazzi che la circondano formano armoniosi giochi geometri grazie agli archi dei sottoportici e delle finestre. La luce del sole del tardo pomeriggio lambisce le costruzioni da tre quarti regalandole tonalità giallastre che la rendono calda ed accogliente come un vero e proprio salotto. La scalinata del Duomo viene presa d’assalto dai turisti che vogliono concedersi un momento di ristoro all’ombra, mentre noi completiamo l’esplorazione del borgo percorrendo via della Libertà e via Moncini. Durante il nostro passaggio i camerieri in divisa iniziano a stendere le tovaglie bianche ed i menù sui tavoli all’aperto di bar e ristoranti, mentre dalle cucine interne si levano i caratteristici rumori di pentole e piatti. 

 

Venerdì, 17 giugno: visita alla Val d’Orcia 

Dopo aver consumato la prima colazione all’aperto sul terrazzo della sala ristorante del nostro residence, mettiamo in moto la macchina e ci avviamo in direzione nord est. Superato il paese di Paganico la strada inizia lentamente a salire tra coltivazioni di ulivi, filari di viti e cespugli di ginestre. Una dietro l’altra una lunga sequenza di aziende agricole specializzate nella produzione di vino, segno inequivocabile che da queste parti l’industria vitivinicola è fiorente. Il passo del Lume Spento (altitudine di 621 metri) ci catapulta dapprima a Montalcino, che oggi solo sfioriamo, e successivamente tramite una strada tortuosa nella Val d’Orcia. Inserita dall’UNESCO tra i siti patrimonio dell’Umanità, la valle si estende fino alle prime propaggini del monte Amiata ed è una miscellanea di campi di frumento ancora da mietere, coltivazioni di fieno prossime alla tosa, arbusti, cespugli fioriti di sulle rosse e stradine bordate di cipressi che si abbarbicano verso fattorie e piccoli villaggi situati sulle creste delle colline. 

Dalla direttrice che da San Quirico d’Orcia conduce verso Pienza facciamo una piccola deviazione e grazie ad una strada vicinale sterrata raggiungiamo uno dei luoghi più fotografati dell’intera valle, la cappella della Madonna di Vitaleta. La chiesetta risalente probabilmente al 1500 fu riprogettata tre secoli dopo dall’architetto Giuseppe Partini, il quale si ispirò comunque ai modelli cinquecenteschi. Ci ritroviamo soli in un contesto ovattato, nei paraggi non c’è traccia di anima viva, perlustriamo il podere ognuno assorto nei propri pensieri avendo quasi il timore di disturbarci a vicenda e rompere l’incantesimo. 

Riprendiamo il nostro cammino e ci dirigiamo a Montepulciano. Parcheggiata l’auto fuori le mura ci addentriamo nel borgo tramite la Porta al Prato. Percorriamo a piedi il Corso, una via tortuosa in pendenza di circa un chilometro e mezzo che seziona in due l’abitato. Procediamo tra alti palazzi storici, botteghe di artigiani ed attività commerciali. Di fronte alla chiesa di Sant’Agostino svetta la Torre dell’Orologio di Pulcinella, una torre medioevale sormontata dalla sagoma della famosa maschera napoletana che scandisce le ore. Dopo aver visitato i freschi locali della cantina Contucci, l’approdo naturale della nostra passeggiata è Piazza Grande su cui si affacciano il palazzo Comunale, il Duomo ed il pozzo dei Grifi e dei Leoni. Lo slargo è elegante e raffinato, seduti sulla scalinata adiacente la basilica due ragazzi americani allietano i passanti con flauto e chitarra. L’acustica è perfetta, ci sediamo su una panca in pietra al riparo dal sole e ci facciamo coinvolgere dalle loro arie musicali. Prima di lasciare definitivamente la cittadina ci intrufoliamo in una osteria per onorarla con un bicchiere di Vino Nobile. Si tratta di uno dei vini più antichi d’Italia, dal color rubino ed è ricavato da una selezione del vitigno Sangiovese detto prugnolo gentile. Viene sottoposto ad un periodo di maturazione di almeno due anni a partire dal primo gennaio successivo alla vendemmia. Assaporiamo con calma un calice di 2012, annata a cinque stelle e definita eccellente dai sommelier. L’accompagniamo con un assaggio di formaggi ed insaccati (salame di cinghiale e finocchiona) che ci viene gentilmente offerto dalla casa. 

Sulla via del ritorno verso Pienza sostiamo in una fattoria che produce formaggi tipici della zona. Dal gregge di pecore che pascola sul dorsale della collina adiacente il casolare, intuiamo immediatamente da dove proviene il latte necessario alla produzione. Sulle scaffalature dello spaccio sono accatastate forme di pecorino e marzolino nelle loro diverse specialità: fresco, al pomodoro, riserva, al peperoncino, al tartufo e perfino al mosto. Il marzolino è chiamato così perché viene prodotto con latte munto all’inizio della primavera, quando i pascoli ricchi di timo, santoregge e artemisie offrono l’erba più tenera e profumata.  

Nel primo pomeriggio visitiamo Pienza. Il borgo è posto in cima ad una collina e dal 1996 è patrimonio dell’UNESCO. La storia dell’antica Corsignano ebbe una svolta nel 1459 quando Enea Silvio Piccolomini salì al soglio pontificio con il nome di Pio II e decise di insediarsi nel suo paese natio. Per alcuni anni Pienza, così chiamata in suo onore, divenne un fiorente laboratorio artistico, architettonico e culturale. Accediamo al paese tramite Porta al Murello. Il villaggio è semideserto, molte persone infatti stanno guardando alla televisione la partita di calcio che la nazionale italiana sta disputando contro la Svezia a Tolosa, valida per i Campionati Europei che si stanno svolgendo in Francia. Passeggiamo per le strette viuzze su cui si affacciano numerosi negozi. Di fianco alle porte d’ingresso è stato appeso al muro un cesto in vimini contenente bellissime surfinie. L’epicentro dell’abitato è sicuramente Piazza Pio II su cui si affacciano il Duomo e Palazzo Piccolomini. Quest’ultimo è stato edificato in pietra viva lavorata in bugnato ed esprime la sua eleganza già dal cortile d’ingresso. Messe in funzione le audioguide a disposizione dei visitatori iniziamo il tour che dura all’incirca quarantacinque minuti e che ci condurrà in sale riccamente e finemente arredate. Il percorso termina sul retro dell’edificio con la visita al giardino pensile dal quale si possono ammirare meravigliosi scorci sulla vallata retrostante. 

Il sole basso sta ormai lambendo da tre quarti il paesaggio che ci circonda e di riflesso i colori più caldi iniziano a dare il meglio di sé. Riprendiamo la macchina e partiamo per un tour fotografico. In realtà si tratta di un loop nei dintorni di Pienza che ci condurrà attraverso strade asfaltate e sterrate dapprima nel villaggio di Montichiello, poi sul sentiero ondulato e bordato di cipressi che collega la Pieve di Corsignano all’agriturismo di Terrapille, ed infine poche centinaia di metri fuori Pienza in uno dei luoghi maggiormente illustrati su poster e cartoline, Il Cipressino. La giornata sta ormai volgendo al termine e ringraziamo la Val d’Orcia per averci deliziati con le sue bellezze. Secondo noi la visita va vissuta on the road, con curiosità e spirito di libertà, seguendo il proprio istinto, fermandosi ai vari view point naturali situati lungo la strada e deviando spesso dalle arterie principali per perdersi in stradine di campagna battute solo da trattori e mezzi cingolati. 

foto: Giglio Castello, isola del Giglio (Toscana, Italia)

 

Sabato, 18 giugno: visita al Monte Argentario e all’isola del Giglio 

La luce del giorno che si intrufola nella nostra stanza da letto attraverso le fessure delle tapparelle ci annuncia che il momento della sveglia è arrivato. 

Oggi abbiamo in programma l’escursione all’isola del Giglio e raggiungeremo il punto d’imbarco percorrendo la Via Aurelia. La statale è una delle più importanti strade italiane e discende dall’antica strada consolare che collegava Roma con la Francia, lambendo le coste del Mare Tirreno e del Mare Ligure. I pini marittimi e gli oleandri in fiore ci annunciano l’approssimarsi del mare. Questa tipologia di paesaggio ci ricorda da vicino alcuni scorci della Sardegna meridionale, la superstrada che scorre sulla costa settentrionale di Creta e una zona della California situata tra San Francisco e Yosemite National Park. Il promontorio del Monte Argentario si innalza all’improvviso davanti a noi. In epoca remota era un’isola e solo successivamente si unì alla terraferma grazie a due strette strisce di dune sabbiose che richiudevano una laguna al loro interno. Le due strisce si chiamano Tombolo della Giannella (quello a nord) e Tombolo della Feniglia (quello a sud). In mezzo come detto la laguna di Orbetello, ma su questa ci dilungheremo questa sera. 

Porto Santo Stefano è un centro vivace e pieno di vita, con un brulicare di persone che come formiche si muovono una dietro l’altra per le strette stradine che si diramano dal porto. Oltre che per il Giglio, la località turistica è punto di partenza delle escursioni dirette verso altre due isole dell’arcipelago toscano, Giannutri e Montecristo. Alle ore undici e mezza in punto la nostra imbarcazione della compagnia Maregiglio molla gli ormeggi e prende il mare. L’incedere della motonave viene accompagnato dal grido dei gabbiani che svolazzano sopra di noi. In lontananza imbarcazioni a vela stanno regatando e virano in continuazione alla ricerca di refoli di vento. Da questa prospettiva possiamo notare inoltre come il paesaggio dell’Argentario sia stato un po’ deturpato da uno sviluppo edilizio privo del dovuto controllo da parte delle istituzioni. 

Giglio è la seconda isola per estensione dell’arcipelago toscano dopo l’Elba e deve il suo nome alle greggi di capre selvatiche che la popolano (in latino capra = aegilium). 

Nella fase di avvicinamento a Giglio Porto diverse persone si sporgono dalla balaustra dell’imbarcazione per riprendere lo scoglio su cui alcuni anni fa si arenò la nave da crociera Costa Concordia, nella triste e drammatica vicenda che tutti noi conosciamo. La traversata dura circa un’ora e l’arrivo della nave rappresenta come sempre un momento di gioia e trambusto per tutta la comunità locale. Le fasi di scarico passeggeri, mezzi e merci è caotico, il traffico di fronte al molo si blocca, le urla degli ormeggiatori sommate al suono insistente dei clacson degli automezzi creano una bolgia infernale. Noi che invece amiamo la tranquillità ci fiondiamo velocemente nella stradina di fronte al molo e con una breve passeggiata raggiungiamo la stazione delle corriere. Saliamo sul primo veicolo in partenza per Giglio Castello. La strada si arrampica per sei chilometri tra tornanti, muretti a secco, cactus, piante grasse e la classica vegetazione mediterranea. 

Castello, con Porto e Campese, è uno dei tre villaggi abitati dell’isola. È un borgo medioevale perfettamente conservato con alte abitazioni in pietra aventi le scale esterne. Attraversate le alte e spesse mura in pietra iniziamo la nostra passeggiata tra stretti vicoli lastricati in sensibile pendenza. Sui davanzali delle finestre vasi di gerani in fiore regalano un bel aspetto cromatico alle abitazioni. Le porte delle cassette che contengono i contatori delle utenze sono state invece decorate con la riproposizione dell’abitato circostante (ottima idea). Passo dopo passo arriviamo alle mura di ponente, ci sediamo all’ombra su una panchina in legno e sorseggiando una bibita fresca ammiriamo un panorama mozzafiato. Laggiù in fondo un vecchio faro dalle pareti bianche spunta come un fungo dalla fitta vegetazione verde. Proseguiamo la nostra visita nel labirinto di stradine interne ed arriviamo nella piazzetta antistante la chiesa di San Pietro Apostolo. Due bambini, che da pochi giorni hanno terminato l’anno scolastico, adagiano sui gradini del sagrato degli oggetti usati che sperano di vendere ai fedeli che si recheranno qui per la funzione serale. Sostiamo alcuni minuti all’interno della chiesa per un momento di riflessione. Al termine riprendiamo il nostro girovagare che ci riporterà alla fermata del bus. Dato che abbiamo ancora del tempo a disposizione prima di ridiscendere a Porto, gustiamo in un’osteria un bicchiere di Ansonico, il vino prodotto sull’isola. Dal terrazzo del locale buttiamo lo sguardo oltre lo specchio di mare che si trova davanti a noi ed intravediamo in lontananza il profilo dell’isola di Montecristo, a noi cara per il famoso romanzo di Alexandre Dumas

Come avevo già anticipato in precedenza una volta rientrati sulla terraferma ci spostiamo ad Orbetello, cittadina ubicata su un sottile istmo di terra al centro della laguna che la collega all’Argentario. Ci addentriamo nel centro storico attraverso Porta Medinaceli, il viale che seziona in senso longitudinale l’abitato è pieno di persone che passeggiano e prendono d’assalto le numerose attività commerciali presenti. D'altronde è l’ora dello shopping e dell’aperitivo. Dal mare intanto si è alzato un forte vento di maestrale che frusta con violenza i rami delle palme. Decidiamo di andare a cena nel ristorante della Cooperativa dei Pescatori ubicato fuori le mura ed affacciato alla Laguna di Ponente. Quando arriviamo sul posto il locale è ancora chiuso, recuperiamo allora il numero elimina code ed iniziamo a prendere coscienza sul menù di quello che ci proporrà lo chef. Attendiamo il nostro turno, dopo aver ordinato e pagato alla cassa ci accomodiamo su un tavolo vista mare, dal quale oltre a gustare le pietanze del pescato del giorno ammiriamo il rito del tramonto. 

 

Domenica, 19 giugno: visita alle Crete Senesi ed alla Val d’Orcia 

Da giorni i bollettini meteo prevedevano pioggia e temporali per la giornata odierna. Mentre consumiamo la colazione, seduti su comode poltrone foderate in pelle nella sala ristorante del residence, scrutiamo attentamente il cielo. Almeno per le prime ore della giornata non dovrebbero esserci precipitazioni ci informa Riccardo e quindi dopo un breve briefing famigliare decidiamo di ritornare in Val d’Orcia per completarne la visita. 

A dire il vero la nostra giornata ha inizio con l’esplorazione della zona denominata Crete Senesi e con la visita all’imponente Abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Parcheggiamo la macchina in uno slargo situato al termine della salita che inizia appena fuori l’abitato di Buonconvento, superiamo la foresteria dove i camerieri stanno già preparando i tavoli del ristorante e tramite una stradina lastricata immersa nel bosco raggiungiamo la struttura medioevale. Il complesso monastico fu fondato da Bernardo Tolomei all’inizio del XIV secolo ed è tuttora sede di una piccola comunità di monaci benedettini. L’abbazia custodisce sicuramente il più grande tesoro artistico di tutte le Crete, il Chiostro Grande, sulle cui pareti sono visibili dei bellissimi affreschi che illustrano alcuni momenti della vita di San Benedetto. Il rintocco della campana richiama i fedeli all’interno della piccola chiesa barocca per l’inizio della Santa Messa. I monaci, intonando canti gregoriani, procedono in processione e dopo aver percorso i lati del chiostro ed alcune stanze interne dell’edificio, sbucano nel cortile adiacente la porta d’ingresso della chiesa per poi raggiungere l’altare ed iniziare la funzione. 

Arriviamo a Montalcino poco dopo mezzogiorno mentre scendono le prime gocce di pioggia. La bassa intensità del fenomeno ci invoglia a continuare la nostra camminata lungo le alte mura che circondano il borgo. Montalcino fu fondata intorno al X secolo in cima ad un colle e per la sua posizione strategica rivestì fin da subito una grande importanza militare. Arriviamo fino ai bastioni della fortezza che domina il paese. Le mura sono mimetizzate sotto alte impalcature innalzate dall’impresa di costruzioni che sta eseguendo i lavori di manutenzione. Lo spuntino di metà giornata, se così lo possiamo definire, lo consumiamo in una osteria del centro avente ampie vetrate che danno sullo splendido paesaggio della valle sottostante. Un tagliere di salumi e formaggi accompagnato da un Brunello annata 2011 delle cantine Villa Le Prata e Castiglion del Bosco completano il quadro. Non serve certo che lo dica io ma il Brunello è uno dei vini più conosciuti in tutto il mondo. Ha un colore rosso rubino e l’odore richiama gli aromi del geranio, della ciliegia e delle spezie, ed è prodotto da uve di Sangiovese. 

Terminata la visita ci rituffiamo nella Val d’Orcia per completare il tour fotografico iniziato venerdì scorso. Da alcuni minuti intanto è spuntato nuovamente il sole. Qua e là nei campi verdeggianti piccole mandrie di bovini dal mantello bianco pascolano in tutta tranquillità. Scendendo da Montalcino in direzione San Quirico d’Orcia avevamo già notato l’altro giorno un cipresso isolato che spuntava come un fungo da un campo di grano. È la nostra preda di giornata. Perlustriamo attentamente la zona finché dopo infruttuose ricerche non troviamo la stradina di campagna utilizzata dai contadini per avvicinarci al nostro obiettivo. Missione compiuta. Pochi chilometri più in là invece, sulla Via Cassia, sostiamo per alcuni minuti sul ciglio della strada per fotografare da vicino il Teatrino delle Volpi, un famoso gruppo di cipressi posizionati in cima ad una collina ricoperta dalle spighe appuntite del frumento ormai maturo. 

Dal monte Amiata intanto si sta velocemente avvicinando un minaccioso temporale con nubi scure cariche d’acqua. Arriviamo all’Abbazia di Sant’Antimo, ultima meta di giornata, sotto un forte diluvio. Parcheggiamo la macchina in fondo al viale di accesso e protetti dagli ombrelli ci incamminiamo verso l’edificio tra bellissime piante di ulivi. L’abbazia si trova ad una decina di chilometri da Montalcino e secondo la leggenda fu fondata da Carlo Magno di ritorno da Roma nel 781. La versione attuale della chiesa invece fu edificata dai monaci benedettini tra il XI ed il XII secolo ed ebbe un momento di grande prosperità per alcuni decenni, finché nel Duecento i contrasti con Siena la portarono ad una inevitabile e rapida decadenza. Entriamo in chiesa e realizziamo che siamo soli. L’interno è suddiviso in tre navate molto alte secondo il modello francese del periodo. Dopo una breve sosta raggiungiamo nuovamente la macchina ed inghiottiti dall’oscurità riprendiamo la via verso casa.

foto: scorci di Sorano (Toscana, Italia)

 

Lunedì, 20 giugno: visita alla necropoli di Roselle ed alla zona dei Tufi 

Di primo mattino sui vari canali televisivi scorrono i risultati delle elezioni amministrative che si sono svolte ieri in Italia, ed anche qui a Grosseto si è votato per il rinnovo del Consiglio Comunale. 

Da sempre considerata terra selvaggia per via della configurazione del suo territorio, la Maremma solo nel secondo dopoguerra venne bonificata ed adibita alle colture grazie alla riforma agraria. Non è ancora certa invece la provenienza del nome che la identifica, alcuni dicono derivi da mar (mare), altri invece dallo spagnolo marismas (che significa acquitrino, palude), altri infine dal latino maritima (che per gli antichi romani significava regione paludosa). Il territorio comunque spazia dalle coste del Mare Tirreno e si spinge fino alle colline interne che si integrano con l’Appennino Tosco-Emiliano. In questo contesto si incontrano via via spiagge, dune sabbiose ricoperte da vegetazione di macchia mediterranea, pinete, paludi acquitrinose e fitte foreste. 

Dopo una breve sosta nel piccolo negozio di alimentari di Roselle per acquistare la scorta giornaliera di schiacciatine ed affettati da consumare nel pranzo al sacco, ci dirigiamo alla periferia settentrionale del paese per visitarne i Ruderi. Avete capito bene, li chiamano proprio così, Ruderi, ma in realtà si tratta di una vasta ed interessante area archeologica. Urbanizzata dagli etruschi e successivamente divenuta città imperiale in epoca romana, l’antica Roselle conserva ancora i resti della cinta muraria del VI secolo a.C., le classiche strade romane pavimentate da grossi blocchi in pietra, il foro con i bei mosaici nelle domus ed infine un grande anfiteatro. Lasciata l’auto in uno slargo in terra battuta, si accede agli scavi tramite un edificio prefabbricato in legno che svolge anche funzione di biglietteria. La visita dura poco più di un’ora, seguiamo il percorso segnalato sul piccolo foglio illustrativo che ci è stato fornito all’ingresso e sostiamo davanti ai pannelli informativi posizionati nei punti di maggior interesse. Prima di lasciare il luogo è doveroso un brevissimo cenno sugli Etruschi. Si tratta di un popolo dell’Italia antica che si stabilì in un’area denominata Etruria, corrispondente all’attuale Toscana, all’Umbria ed al Lazio settentrionale. Successivamente, nel momento di maggior splendore, si espansero a nord fino alla pianura padana ed a sud fino in Campania. La loro civiltà influenzò anche quella romana con la quale si fuse al termine del I secolo a.C. dopo la conquista della città di Veio da parte dei Romani stessi. 

Una volta terminata la visita dell’area archeologica come da programma ci spingiamo verso la zona meridionale della Maremma, quella che si incunea fino al confine con il Lazio e che viene comunemente chiamata regione tufacea. Si tratta di una piattaforma di tufo di due-trecento metri di altitudine, segnata da profonde incisioni scavate nel terreno dai corsi d’acqua dei fiumi Lente, Fologna e dai loro affluenti. Vi si arriva tramite una strada tortuosa che dopo Manciano inizia a salire tra fitte boscaglie impenetrabili. Una volta saliti in quota il territorio presenta un bellissimo altipiano ricoperto da coltivazioni di ulivi e filari di viti, mentre sul ciglio della strada sbucano come funghi cartelli che pubblicizzano strutture ricettive immerse nella natura e aziende agricole che vendono i prodotti tipici della terra. Qua e là infine piccole greggi di pecore al pascolo punteggiano i prati. 

Ad est di Saturnia sorgono dei borghi arroccati in cima ad alte rupi costruiti in tufo, che benché friabile ha resistito all’azione del tempo. Noi ne individuiamo tre: Sorano, Pitigliano e Sovana, che andremo a visitare proprio in quest’ordine. Sorano è un luogo silenzioso e misterioso che si erge su uno sperone che fiancheggia il corso del fiume Lente. Passeggiamo per le strette viuzze sulle quali si affacciano alte abitazioni in pietra. Notiamo subito che non ci sono negozi di souvenir ed attività commerciali. A prima vista molte case ci sembrano disabitate. Gli unici rumori arrivano dal basso e sono emessi dallo scorrere incessante e vorticoso delle acque del fiume. Raggiungiamo dapprima la fortezza Orsini e poi ci spingiamo con una bella passeggiata fino alla Torre dell’Orologio, dove le nostre guance vengono accarezzate da una fastidiosa brezza fredda. Anche Pitigliano sorge in cima ad un altopiano tufaceo con le pareti a strapiombo sui corsi d’acqua che la circondano, però a differenza di Sorano è piena di vita. Superata la porta di ingresso, in poche decine di metri ci troviamo in Piazza della Repubblica. Nel medioevo costituiva il confine tra la classe sociale dei signori e quella del popolo, mentre adesso è il punto di partenza per una camminata tra via Zuccarelli e via Roma, detta comunemente “il Corso”. Prima di addentrarci in paese però ci sinceriamo sugli orari di apertura di Palazzo Orsini. Purtroppo come ci aveva già preannunciato la Lonely Planet il lunedì è chiuso. Due parà di stanza a Grosseto montano servizio di guardia e ci fanno intuire che siamo arrivati nel quartiere della comunità ebraica, detto anche la Piccola Gerusalemme. Di tanto in tanto ci spostiamo dalla via principale che stiamo percorrendo e ci addentriamo in stretti vicoli che terminano con delle bellissime vedute sulla valle sottostante. In fondo al paese sostiamo per un momento di riflessione nella chiesa di Santa Maria e San Rocco, avente la inconfondibile facciata in tufo rosso. Ultima tappa della giornata Sovana. Il piccolo borgo si sviluppa su una lingua di terra lunga poche centinaia di metri ed alle due estremità si trovano una chiesa ed un castello medioevale, o comunque quello che ne resta. Il paese si presta ad una piacevole passeggiata, dalle finestre delle case spuntano bandiere colorate mentre sui davanzali fanno bella mostra di sé vasi di fiori colorati. La Cattedrale merita senz’altro una visita, è stata edificata in pietra nuda ed all’interno si respira un’atmosfera di pace e tranquillità. 

Sulla via del ritorno, dopo un veloce consulto su TripAdvisor, ci fermiamo per cena a Magliano in Toscana dove comodamente seduti ad un tavolo all’aperto di una trattoria gustiamo per la prima volta da quando siamo qui i pici, una tipica pasta fatta a mano simile agli spaghetti, accompagnati da un buon bicchiere di Morellino di Scansano. 

foto: interno del Duomo di Siena (Toscana, Italia)

 

Martedì, 21 giugno: visita di Siena e rientro a casa 

Sbrigate le pratiche di check out, a metà mattinata lasciamo la struttura che ci ha ospitati per cinque notti. Per la prima volta da quando siamo giunti qui in Toscana avvertiamo un gran caldo e la giornata si preannuncia torrida. Prendiamo la strada statale n°223 ed in poco meno di un’ora arriviamo a Siena. Parcheggiamo l’auto in un edificio multipiano situato di fronte alla stazione dei treni. Grazie alla risalita meccanica sbuchiamo nei pressi di Porta Camollia e da lì ci incamminiamo verso il centro storico. Durante il nostro incedere non possiamo esimerci dal buttare l’occhio alle vetrine dei negozi. Ci colpiscono in particolare la cura, la passione e l’arte con cui vengono esposte le merci nelle botteghe di frutta e verdura, nei panifici, nelle salumerie e nelle rilegatorie. Palazzo Salimbeni è un bellissimo edificio storico che si affaccia sull’omonima piazza ed è sede centrale del Monte dei Paschi, il famoso istituto bancario che in questi ultimi anni è stato al centro delle cronache più per le conseguenze dei suoi problemi finanziari che per altro. 

Nel corso del XII secolo dopo essere stata influenzata prima dalla dominazione longobarda e successivamente da quella imperiale, la città iniziò a crescere vertiginosamente sotto l’aspetto economico, artistico e culturale, in quanto era collocata lungo importanti rotte commerciali e la Via Francigena, percorsa dai pellegrini provenienti dall’Europa centrale e diretti a Roma. Il periodo di maggior splendore durò fino alla metà del Trecento quando l’epidemia di peste bubbonica che colpì il nostro continente sterminò in tre anni oltre la metà della sua popolazione. Sfinita ed agonizzante, la città perse in pochi anni la sua indipendenza a favore di Cosimo I de’ Medici, Duca di Firenze. 

Siena è un vero e proprio museo a cielo aperto

Arriviamo in piazza del Duomo poco prima di mezzogiorno. Ci rechiamo immediatamente alla cassa della Cripta a ritirare i nostri OPA SI pass prenotati telefonicamente. Si tratta di biglietti cumulativi che oltre a permetterci di risparmiare qualche euro ci danno la possibilità di visitare in un’unica soluzione il Duomo, la Libreria Piccolomini, il Museo dell’Opera del Duomo, la Cripta ed il Battistero. Entriamo in Duomo e rimaniamo folgorati dalle bellezze che ci circondano. Una ragazza seduta su un piccolo sgabello proprio di fronte alla porta d’ingresso, sta riproducendo a matita su cartoncino uno dei cinquantasei riquadri in cui è suddiviso il pavimento marmoreo. La chiesa fu consacrata da Alessandro III nel 1179 ed ha una bellissima facciata in marmo bianco verde e rosso, disegnata da Giovanni Pisano e corredata da un ciclo di statue gotiche di filosofi e profeti. Ogni tanto ci sediamo sui banchi in legno ed ascoltiamo i vari testi contenuti sul tablet che ci fa da audioguida. All’interno dell’edificio c’è anche la Libreria Piccolomini. Quando varchiamo la porta d’ingresso sento scorrere sulla mia pelle un brivido di emozione, tanto è bello quello che mi trovo di fronte. La stanza è stata affrescata con una tal cura nei particolari e nei dettagli dal Pinturicchio ad inizio Cinquecento ed illustra episodi della vita di Enea Piccolomini-Pio II (da Pienza). Dopo un veloce snack ci spostiamo sul retro del Duomo e visitiamo in rapida successione il Battistero di San Giovanni e la Cripta, quest’ultima scoperta solo nel 1999. Un breve cenno sulla fonte battesimale di forma esagonale situata al centro del Battistero, alla cui costruzione parteciparono alcuni tra i top artist del Quattrocento: Jacopo della Quercia, Donatello e Lorenzo Ghirardi. Di fianco alla Cripta intanto si sta esibendo da un po’ di tempo un musicista di strada di nome Milan Kunc. Ad un certo punto anche lui è costretto a gettare la spugna, ci dice che la gente di passaggio è distratta dal caldo e quindi non presta la dovuta attenzione alle sue note. Le grandi attrazioni del museo allestito in quella che avrebbe dovuto essere la navata destra del Duomo Nuovo, sono senza dubbio due opere di Duccio di Buoninsegna: la Maestà e la vetrata istoriata che adornava l’abside del Duomo. Dopo quattro ore e mezza terminiamo la visita al complesso. Che dire, le ore sono volate via, già in partenza ci eravamo prefissati alcuni obiettivi e con dispiacere avevamo deciso di tralasciarne altri. Secondo noi la visita va fatta proprio così, a piccole dosi e senza mettere troppa carne al fuoco, cercando di apprezzare al massimo le opere che pensiamo suscitino in noi maggior interesse e curiosità. 

A pomeriggio inoltrato ci rechiamo in Piazza del Campo, il vero centro di gravità dell’intera città. Lo slargo è quasi deserto in quanto i numerosi turisti presenti se ne stanno appollaiati all’ombra nei bar e sulle scalinate che si trovano sul lato opposto a quello dove sorge il Palazzo Pubblico. Ci guardiamo in giro per trovare le inquadrature migliori per le nostre fotografie e veniamo rapiti dall’armonia degli edifici che contornano l’emiciclo. Alcuni palazzi sono ancora lambiti dai raggi del sole mentre altri sono già in penombra. Questo ci permette di ammirare il mutare dei colori delle facciate in base ai fasci di luce che le colpiscono. L’acqua che sgorga dalla Fonte Gaia invece ci offre una momentanea sensazione di refrigerio. Quello vero invece ce lo dà una pallina di gelato alla frutta che ci gustiamo mentre riprendiamo la strada che ci porterà lentamente alla nostra auto. 

Grazie Toscana per averci onorato con le tue bellezze

 

RINGRAZIAMENTI: 

All’amica Paola Rubegni da Montepulciano che con le sue splendide fotografie postate sui social ha ispirato buona parte del nostro itinerario. 

 

NOTE: 

L’unica nota dolente del nostro viaggio è rappresentato dallo stato di conservazione delle strade, segno inequivocabile di un paese che negli ultimi decenni non ha saputo rinnovarsi e non ha investito a sufficienza nello sviluppo delle sue infrastrutture. 

 

RACCONTO FOTOGRAFICO: 

Album fotografico Toscana  

 

AUTORE: 

Stefano Tomada